ARCADE FIRE, Funeral (Rough Trade, 2005)

Ecco un altro disco che arriva dal Canada, con un po’ di ritardo. Come è già successo a “You Forgot It In People” dei Broken Social Scene, l’esordio
degli Arcade Fire arriva qualche mese dopo da noi e rischia di ripercorrerne i passi. Non in senso strettamente musicale, perché lì le distanze sono piuttosto marcate. Piuttosto è il modo in cui i due gruppi si sono affermati che lascia intravedere qualcosa di comune. Anche in questo caso, infatti, ecco un disco che ha fatto tanto parlare di sé in Canada e negli Stati Uniti da essere poi pubblicato in Europa.

Così l’esordio degli Arcade Fire da Montreal, gruppo guidato da Win Butler e Régine Chassagne, compagni nella vita e nella musica, approda infine anche da noi. La loro musica, un po’ come accade per Franz Ferdinand, Interpol e una bella fetta del miglior rock di questi giorni, guarda alla new wave. La voce di Win Butler, ad esempio, è davvero vicina a quella di Ian Curtis. Allo stesso modo la musica guarda a Joy Division, Cure, Talking Heads. Ma, e qui sta la particolarità e la grandezza degli Arcade Fire, hanno qualcosa che nessuno dei gruppi che guarda a quei suoni possiede. La musica degli Aracade Fire affonda nelle radici della musica americana, nel folk e nel country, nelle canzoni di Johnny Cash, nella sensibilità e nell’eleganza di un gruppo come i Lambchop e ha un sapore epico che li avvicina a certe pagine dei Low, di cui abbandonano l’asprezza e l’essenzialità.
O ancora offrono pagine che sembrano prese da “Deserter Songs” dei Mercury Rev.

Scorrendo i quattro episodi intitolati “Neighborhood”, che rappresentano la spina dorsale di “Funeral”, si toccano le diverse sfumature del mondo degli Arcade Fire. Le chitarre taglienti di scuola Talking Heads, “Neighborhood #1 (Tunnels)” e “Neighborhood #2 (Laïka)”, si alternano a momenti di quiete in ballate profonde che
sanno di moderno folk, “Neighborhood #4 (Kettles)”. Gli Arcade Fire mostrano eleganza e pulizia nei suoni, ma soprattutto un calore che manca ad esempio a certi epigoni della new wave. Persino troppo traboccanti di emozioni in qualche caso, gli archi e l’enfasi di “Crown of Love” restano giusto entro i limiti. Eppure il ritmo che pulsa in “Rebellion (Lies)” oppure il finale intriso di malinconia “In the Backseat”, cantato con soavità da Régine Chassagne, non possono che incantare. Un esordio in grande stile, nient’altro da aggiungere.

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