MADRIGALI MAGRI, Malacarne (Wallace Records, 2002)

Un album che respira, quest’ultima fatica dei Madrigali Magri, terzetto piemontese attivo fin dal 1994 e con alle spalle due lavori: l’autoprodotto “Lische” e l’ottimo “Negarville”, uno dei migliori album italiani degli ultimi anni, che ha creato intorno al gruppo un’attesa probabilmente del tutto inaspettata (anche se sempre fra i pochi appassionati curiosi che spostano l’occhio dalle solite, ripetitive realtà).

“Malacarne” è una degna prosecuzione di “Negarville”, su questo non ci sono dubbi. Il nero, colore musicale predominante di questo strano combo, è ancora la caratteristica principale, ma inteso non come negazione della luce, bensì come insieme dei colori, in questo opposto al bianco (negazione del colore).

Il suono, energico attanagliante e profondo è stilizzato, spezzato, improvvisato. Un approccio emozionale alla musica, che riesce nell’intricato vortice della dissonanza e dell’estemporaneo a produrre comunque melodia: minimale magari, ma melodia.

Difficile cercare di focalizzare l’identità sonora della band: diciamo per semplificare che all’ascolto il tutto appare come un crocevia folle in cui si incontrano le sperimentazioni di John Cage – perché il cosiddetto post-rock nasce prima del post-rock -, la libertà espressiva di Tom Waits (cercatelo, nascosto sotto il velo delle distorsioni, e lo troverete), la poetica introspettiva e malinconica di Nick Drake e un po’ di musica contemporanea – un po’, sparpagliata -.

Innegabile che l’album, dopo un inizio duro e coerente (e sul quale spicca lo splendido strumentale di “Orco boia”) raggiunga il suo apice concettuale nella stupefacente “Onda dura”, dieci minuti e una manciata di secondi di perdita di coscienza, abbandonarsi ai flutti, come dopotutto ispira il testo (“Una minuscola vela può sapere dove andare, ma una minuscola vela contro la misura del mare era bianca all’alba”). E proprio da questa frase finale prendono vita i tre brani conclusivi che concludono un album in fin dei conti già concluso, e che assumono anche per questo una valenza ulteriore.

Laddove l’album era nato e si era evoluto nell’oscurità calda, malefica e protettiva di “Malacarne”, ora si assiste in bella sequenza a “Era”, “Alba” e “Bianca”. “Alba” sfodera uno struggente arpeggio acustico e una voce/eco/con riverbero che annuncia “un’altra magra alba sorride da stronza e soffia tutto via”; “Bianca” è semplicemente la traccia che non esiste, la pagina bianca su cui nessuno scriverà mai, perché “per sempre una pagina avanza e una pagina manca”.

Un album che bisogna avere, secondo me. Un album che non si può far a meno di avere, tutto qui.

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