GOGOGOAIRHEART, Exitheuxa (GSL, 2002)

Durante l’ultimo decennio l’indie-rock americano ha attinto e rielaborato diverse forme espressive del passato, tanto da creare, in alcuni casi, delle vere e proprie scene di riferimento più o meno credibili.

Dopo aver flirtato con hard-rock (stoner), country e folk (alt. country), no-wave (now! wave), kraut-rock synth-pop e post-punk (tutti nel calderone post-rock), ora l’attenzione sembra essersi spostata verso la new-wave del periodo 1977-80, in modo talmente radicato e diffuso, da non poter circoscrivere il movimento ad una città di riferimento o ad una label di comodo, rendendo il fenomeno ancor più credibile.

Punta di diamante di una squadra che annovera tra le sue fila gruppi diversissimi tra loro come El Guapo, Xiu Xiu, The Paper Chase, Erase Errata, sono i Gogogo Airheart, quartetto di San Diego ormai giunto alla quarta prova su lunga durata.

Con “Exitheuxa” il gruppo sposta, in fase compositiva, il baricentro dalle linee di basso di Ashish Vyas alla chitarra di Benjamin White, diminuisce sensibilmente l’uso di trattamenti elettronici ed amplia lo spettro delle proprie soluzioni, sconfinando in territori (per loro) inesplorati, senza snaturare la propria proposta.

Il fulcro del disco appare essere la parte centrale, inaugurata idealmente dal semplice e trascinante post-punk venato di funk di “MIFI”, dalla splendida “Here comes attack” dove le schizofrenie vocali Di Michael Vermillion nobilitano un brano in cui il tribalismo degli Stooges, le chitarre del Pop Group e il senso del ritmo dei P.i.l., convivono come fosse la cosa più scontata e naturale del mondo.

“Last goodbye” è una splendida cavalcata psichedelica in cui il loro amore per la battuta in levare viene solo accennato, per poi materializzarsi prepotentemente nella conclusiva “Witch hunt”, uno scheletrico e morbido dub in cui il fantasma dei Clashsi manifesta in più di un’occasione.

La sensazione che i Gogogo Airheart abbiano optato per un lavoro meno groove-oriented, magari a scapito dell’istintività che traspariva nei lavori precedenti, diventa certezza con le tracce successive, in cui si cimentano con strumenti desueti per la loro produzione, dando vita a momenti vagamente pop come nel caso di “Meet me at the movies”, scandita da un dolcissimo dialogo tra chitarra acustica e moog, del pop tropicale di “Nice up the dance” e del country-western di “Move Along”.

“Exitheuxa” è il classico disco che funziona dall’inizio alla fine, che cresce ascolto dopo ascolto, compatto nella sua apparente eccentricità e senza eccessive cadute di tono.
Insomma, per chi scrive, una splendida conferma.

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