PJ HARVEY, Dry (Too Pure, 1992)

Polly Harvey ha solo 22 anni quando si fa conoscere al mondo come leader di un trio che porta il suo nome, e impiega pochissimo tempo per diventare la nuova dea del rock al femminile.
Educata all’arte e al rock da genitori cresciuti con Bob Dylan, Captain Beefheart e il blues, Polly assimila tutto questo e lo mischia secondo i canoni (anti)estetici del post-punk: il risultato è “Dry”.

Racconta: ” Ho dei complessi circa il mio corpo … mi piace umiliarmi e far sentire l’ascoltatore scomodo come mi sento io”. E’ il corpo, la sua inadeguatezza ma anche la sua sensualità acerba, il tema attorno al quale ruota tutto il disco. Ciò che sorprende maggiormente è la capacità di Polly di mettersi a nudo senza imbarazzo, di scavare all’interno delle sue sensazioni per riversarle su chi ascolta in modo assolutamente diretto. La bellezza dei testi fa gridare al miracolo: vere e proprie poesie, esplicite e schiette ma anche intrise di riferimenti simbolici, al mito e alla Bibbia.

Il disco parte con “Oh my lover”, un sussurro di un’amante, la tensione che cresce seguendo i pochi accordi di una chitarra ricca di seduzioni blues. “O Stella” è un contrasto continuo: una specie di melodia cerca di farsi largo, ma viene soffocata dai continui assalti dell’elettrica e da una voce incredibilmente viscerale. Non c’è un attimo di tregua: arriva “Dress”, una storia originalissima sull’inadeguatezza del corpo, la scelta di un vestito che sfocia in uno psicodramma, mentre il trio si accanisce su chitarra, batteria e violino con splendida violenza. “Victory” riporta ai toni enfatici di Patti Smith, unico vero paragone possibile. “Happy and bleeding” è il cuore dell’album, il ricordo della perdita della verginità adagiato su un bellissimo blues (“Fico, frutto, fiore, io sottosopra per te/ io sono felice e sanguinante per te”). “Sheela-na-gig” riporta l’eterna lotta uomo/donna su uno sfondo mitologico: l’uomo rifiuta la sensualità della donna, giudicandola sporca, ma lei non si sottomette, non più (“devo lavare via quest’uomo dai miei capelli/ dietro l’angolo ce n’è subito un altro”). L’uomo viene di nuovo ridicolizzato da “Hair”, adattamento rock della vicenda biblica di Sansone e Dalila.

“Joe” è un’incursione selvaggia nel post-punk più violento che introduce l’ultima parte del disco, dove la rabbia ed il sarcasmo lasciano il posto alla disillusione: “Plants and rags” è l’unico momento acustico, un lamento composto e straziante, gli archi coprono le parole secche e bellissime di Polly. Al centro di “Fountain” c’è ancora un uomo, che seduce e abbandona, e non lascia niente (“sulla collina attendo il vento”). La catarsi (o il suicidio?) di “Water” chiude un album estremo e pieno di pathos, il primo atto della carriera di un’artista che forse non è mai più stata capace di regalarci niente di altrettanto splendido. Imperdibile.

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