BLONDE REDHEAD, Melody of Certain Damaged Lemons (Touch and Go, 2000)

Il rock indipendente internazionale risiede, com’è ormai noto, a New York. Qui sono nati i Sonic Youth, nell’ormai lontano 1979, qui hanno preso vita gruppi come i Fugazi. E qui nascono i Blonde Redhead.

Nel 1994 esce il loro primo lavoro, “Blonde Redhead”, prodotto da Steve Shelley dei Sonic Youth. Un caso? Direi proprio di no. Anche perché i Blonde Redhead sono un gruppo molto particolare: due gemelli italiani e una ragazza giapponese. Per un lustro producono ottimi lavori con scarso risultato in fatto di notorietà. Poi arriva “In an expression of the inexpressible” – 1998 – al quale collabora Guy Picciotto dei Fugazi. E il nome inizia a girare. L’interesse sale ed esplode, meritatamente, con “Melody of Certain Damaged Lemons”.

Basterebbe l’attacco del disco, con i trenta secondi di “Equally Damaged” per essere certi della grandezza del prodotto. Musica che sembra quasi sinfonica per come fluttua, un volo elegante e leggiadro interrotto dall’ossessionante nota introduttiva di “In Particular”, forse la canzone più bella dell’album, cantata con sensuale dolcezza da Kazu Makino, bassista/chitarrista. In uno scambio di ruoli tocca ad Amedeo Pace – chitarrista – cantare la melodia di alcuni tre.

Chi sono questi limoni danneggiati? Persone, ricordi? E se la maggior parte delle canzoni parla di amori incompresi e tristi e di errori, in sottofondo si sente arrivare l’ombra della poesia di Pier Paolo Pasolini – amato molto dai gemelli Pace. E continuano ad alternarsi i ritmi e le melodie: da reminiscenze anni ’70, a furiosi accordi che ricordano da vicino i Nirvana, oltre ai soliti Sonic Youth, a improvvisi accenni di musica elettronica che tornano a sfociare nella dolcezza di un inno “For the Damaged” dove solo il pianoforte – suonato da Simone Pace, batterista/tastierista – accompagna la dolce voce di Kazu, prima di ripiombare nel furore noise incontrollabile di “Mother”, veloce ripasso dei primi lavori dei Blonde Redhead.

Ma a chiudere l’album torna, in un reprise, la dolce melodia di “For the Damaged”, ora più articolata, più ritmata dalla batteria, più accompagnata dalle chitarre e silenziosa, muta. Colonna sonora di un universo deforme e armonico allo stesso tempo.