CALEXICO, Hot Rail (City Slang, 2000)

Calexico è una piccola città al confine tra California e Messico. Joey Burns e John Convertino, sezione ritmica dei magnifici Giant Sand, ebbero l’intuizione di dare questo nome al loro gruppo per rappresentare il mondo e gli scenari che inseguivano. Da un lato il West degli Stati Uniti, dall’altro il Messico, nel mezzo una musica che talvolta assomiglia al deserto e in altri casi si colora delle sonorità latine. Così saltano alla mente Ennio Morricone e il cinema di Sergio Leone, i romanzi di Cormac McCarthy, la musica popolare messicana e Tom Waits. I Calexico evocano questi paesaggi, queste storie, questi suoni, come facevano nei due dischi precedenti, ma danno qualcosa in più. Riescono a comporre una ballata superba, “Ballad of Rue Morgue”, in cui si intrecciano il cantato in inglese di Joey Burns e quello in francese di Marianne Dissard a ricordare Serge Gainsbourg, e dilatano il tempo nelle influenze jazz di “Faded”. Ma si incontrano anche il lato più tradizionale negli strumentali “El Picador” e “Muleta”, e canzoni compiute, “Sonic Wind”, “Service and Repair” e “Drenched”, che sanno di vento e polvere. E poi intermezzi strumentali, schegge di musica, piccoli frammenti di una colonna sonora perduta chissà dove, come nella chiusura di “Hot Rail”, uno strumentale suggestivo che si spegne sul rumore di macchine che corrono su una strada. Un disco evocativo, che invita a chiudere gli occhi e a sognare.

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