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È uscito venerdì 20 marzo su La Tempesta “House Baby”, l’album d’esordio di Fight Pausa, nome d’arte di Carlo Porrini, prolifico produttore e polistrumentista già parte di 72-HOUR POST FIGHT, collettivo instrumental che abbiamo seguito dagli albori e collaboratore a vario titolo di Massimo Pericolo, MYSS KETA, Post Nebbia e Generic Animal.
Registrato durante una residenza alla Casa Degli Artisti di Milano nel gennaio 2024, “House Baby” vede Fight Pausa nel ruolo di cantante, musicista e produttore. Il disco fonde in modo organico elementi di elettronica, alt-country, slacker rock e hip-hop, muovendosi tra riferimenti degli anni ’90 e 2000 come Pavement, Grandaddy e Flying Lotus, e influenze più contemporanee quali Mount Kimbie, Slauson Malone 1 e King Krule. Le canzoni partono spesso da forme essenziali per poi aprirsi a soluzioni elettroniche, in un equilibrio mai prevedibile tra intimità e distacco, strizzando l’occhio al songwriting a stelle e strisce. Dal punto di vista narrativo, “House Baby” si colloca in una dimensione sospesa, in cui lo spazio perde progressivamente la sua funzione di rifugio senza trasformarsi davvero in un luogo di passaggio.
House Baby attraversa memoria, crescita e perdita senza cercare risposte definitive, osservando da vicino il momento in cui uno spazio smette di essere casa, ma continua a vivere dentro chi lo ha abitato. Un disco che non parla di cambiamento compiuto, ma del tempo che lo precede, quando restare e andare via sono ugualmente impossibili.
Le sue influenze affondano nell’emo, nel post-punk, nel jazz e nell’indie rock. Dopo un primo percorso legato alla programmazione, ai computer e ai sintetizzatori, Fight Pausa ha sviluppato un linguaggio sempre più diretto e istintivo, fondato sull’improvvisazione, sulla performance dal vivo e su un rapporto fisico e intimo con i propri strumenti.
Fight Pausa si è raccontato attraverso 7 ispirazioni dietro questo ambizioso e intrigante “House Baby”.
1. CASA
Mi sono reso conto a posteriori, a disco scritto, di quanto il materiale girasse intorno alla casa in cui ho abitato in questi anni. È stata rifugio, casa, studio, e poi anche luogo inospitale e faticoso. Appena me ne sono accorto, ho deciso che il titolo del disco dovesse onorare e dare importanza a quella casetta e a tutte le cose che ha visto. Ci vivo ancora oggi, con la mia gatta.
2. PAVEMENT
È stata una band che ha avuto un’enorme importanza nella mia crescita. Era uno degli ascolti preferiti di mio padre e mio zio (le due persone che mi passavano i dischi) quando ero piccolo, ed è sempre rimasta una fonte di ispirazione sia per il songwriting sia per l’approccio sghembo e “lì lì per sgretolarsi” che hanno sempre avuto nelle performance. Quando ho iniziato a scrivere canzoni per me, mi sono avvicinato istintivamente a quel tipo di scrittura e di suono, portandomeli dietro insieme a tante altre cose raccolte negli anni.
3. VALERIO, LEONARDO E LUCA
Pur essendo il mio primo disco “solista”, è figlio di tante collaborazioni con persone incredibili. Valerio Visconti, Leonardo Varsalona e Luca Galizia, in particolare, mi hanno capito e aiutato a capirmi in un modo che non riesco nemmeno a spiegare. Avevo molte insicurezze, sul cantare di nuovo, sul modo di affrontare un’impresa che mi sembrava titanica, e in tanti momenti la loro presenza l’ha fatta sembrare facile e naturale. Grazie a loro non ho mai dimenticato perché continuiamo a fare questa cosa.
4. LA DUBSTEP
È un genere musicale con cui sono cresciuto e che unisce tantissime delle cose che mi porto dietro da sempre nella produzione. Tutta la musica dubstep e post-dubstep uscita in UK in quegli anni, da Burial a Mount Kimbie, le prime cose di James Blake, Mala, Peverelist, Untold, è stata il motivo per cui ho deciso di passare dalla chitarra ad Ableton Live. Senza quel mondo e quel modo (per me completamente nuovo) di vivere la musica elettronica, il sampling e il clubbing, questo disco sarebbe completamente diverso.
5. MOON PALACE DI PAUL AUSTER
Obbligatoria citazione del libro che stavo leggendo nel periodo più intenso di scrittura dei testi. Ha avuto su di me un effetto di cui cerco di avere cura, una specie di invidia. La semplicità con cui vengono raccontate scene di una vita qualsiasi, del tutto non eccezionale ma non per questo meno importante, mi ha fatto sentire di voler provare anche io a parlare di me. Stavo attraversando cose che attraversano tutti, in cui era molto facile perdersi sminuendole, trattandole come eventi qualunque per cui non ha senso soffrire o essere in lutto. Avevo molta voglia di parlarne in modo semplice, evocativo per me, e alcuni libri mi hanno aiutato a sentire che avrebbe avuto senso.
6. CASA DEGLI ARTISTI
La scrittura del disco è iniziata durante una residenza alla Casa Degli Artisti di Milano, dove ho potuto passare un intero mese facendo solo musica. È un’esperienza che porto ancora nel cuore: non mi era mai capitato di potermi dedicare in modo così totale e senza freni alle mie cose, senza dover lavorare nel mezzo o fare altro. È stato magico, e sento tanto di quel mese nel risultato finale.
7. TAIYO MATSUMOTO
Altra ossessione durante l’anno in cui ho scritto questo disco sono stati alcuni mangaka, ma in particolare Taiyo Matsumoto. Un po’ come tutte le altre influenze citate, anche qui sono rimasto affascinato dal coraggio di essere diretti e imprecisi. Il tratto e la costruzione delle storie sono completamente sbilenchi, caotici, graffiati. Le espressioni facciali sono distorte e grottesche. È come se il disegno andasse dietro all’emotività della scena, e non viceversa. Sono storie semplici, di famiglia, di lutto, di infanzia – che all’interno dei fumetti diventano giganti, mostruose, distorte, e nel loro piccolo anche importanti.

