Intervista agli A Classic Education

Gli A Classic Education, al loro rientro dopo il lungo tour negli Stati Uniti, hanno subito imbracciato di nuovo gli strumenti per riprendere il filo delle date italiane. La data romana è un’occasione particolare, all’interno del mini festival di due giorni intitolato “La tempesta gemella”, che li ha visti protagonisti con altre band della loro etichetta italiana La Tempesta sul palco di Supersantos a Roma. Il gruppo bolognese, dal canto suo, ha dimostrato una compattezza sempre maggiore sul palco, suonando in modo energico i pezzi del loro album di debutto dell’anno scorso, “Call it blazing”. E’ soprattutto anche l’occasione per una chiacchierata con la band. Il cantante e chitarrista Jonathan Clancy e il bassista Paul Pieretto.

Come è andato il tour americano?

E’ stata un’esperienza fantastica e lunghissima, un tour di cinquanta date. Ci sembrava già di aver fatto un piccolo scalino negli Stati Uniti dove eravamo già stati a suonare a diversi festival, come il South by Southwest. Avevamo fatto anche un piccolo tour un anno prima, però solo con l’EP pubblicato e dunque senza il disco. Quindi quest’anno è stato un importante banco di prova: eravamo curiosi di vedere cosa cambiava con il disco fuori e con l’etichetta straniera. E’ stato bello vedere gente che veniva ai concerti appositamente per noi, anche se suonavamo con altre bands. In America non sai mai cosa aspettarti perché, a parte le grandi città come per esempio New York o San Francisco, suoni anche in posti molto più piccoli. Però è lì che magari riesci ad avere meglio il polso della situazione. Magari suoni a San Diego e vedi arrivare due o tre persone dal Messico che hanno visto il video su Youtube e ti conoscono da quello. Questa forse è stata la soddisfazione maggiore: la consapevolezza di avere un nostro piccolo pubblico anche negli Stati Uniti, che era un po’ quello che cercavamo.

Facciamo un piccolo passo indietro: il disco pur presentando alcuni brani che già erano presenti nell’EP, quindi in periodo diverso, mantiene una sua uniformità di suono. E’ stata una cosa voluta?

L’EP rappresenta per noi come una roccia sulla quale poi abbiamo scolpito il disco. Nel senso che l’EP è stata una registrazione autoprodotta, quindi diversa rispetto al disco, ma importante perché abbiamo capito come dosare le nostre forze. L’album ha tre brani, che comparivano sull’EP e che sono stati registrati di nuovo, che secondo noi facevano parte di quel percorso che ci ha portato a “Call it blazing”. Il disco ha un suono completamente omogeneo perché è suonato dal vivo, in studio e tutti insieme. Quella di questo album è la strada che continueremo a percorrere e amplieremo in futuro.

Cosa prevede il futuro prossimo degli A Classic Education?

Beh diciamo che è aperto. Per ora stiamo continuando a suonare molto, sia in Italia che in Europa, e poi torneremo in sala per cercare di registrare nuovi brani. C’è da dire che non abbiamo una grande pianificazione per il futuro, anche perché suonando tantissimo viene male scrivere in tour. Soprattutto negli Stati Uniti le numerose date erano infatti intervallate da spostamenti devastanti. Siamo curiosi di vedere che verrà fuori con i nuovi brani, anche perché dopo tanti concerti abbiamo ormai trovato il nostro amalgama.

Qual è la ragione per cui un gruppo in Italia sceglie di cantare in inglese o in italiano?

E’ una scelta puramente espressiva, dipende da quello che una band sente, se si trova meglio a comporre in inglese perché la trova una lingua più diretta e più musicale allora fa bene a cantare in inglese. Ma non esiste una regola fissa, in Italia ci sono band che si esprimono benissimo in italiano e altre invece che rendono benissimo in lingua inglese.

(Francesco Melis)

4 luglio 2012

foto in alto di Meghan Brosnan

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