KASABIAN, The West Ryder Pauper Lunatic Asylum (RCA, 2009)

Fin dal sorprendente album d’esordio è sempre risultato difficile capire se i Kasabian siano la classica presa per il culo o meno.
Indubbia vena melodica nel tirare fuori dei motivetti che si ficcano senza problemi in testa, altrettanto indubbia furbizia nel rivisitare sonorità e intuizioni madchester che sembravano annegate qualche anno fa tra i postumi delle droghe sintetiche e i chiassosi vagiti della brit generation. Il secondo album, realizzato forse troppo frettolosamente, aveva alimentato i dubbi sul vero valore della band di Leicester, regalando non più di un paio di spunti degni di nota e una serie di pezzi così stanchi e noiosi da sembrare delle opache b-side dei tormentoni del primo disco. Arriva tre anni dopo il terzo capitolo di Meighan, Pizzorno, Edwards e Matthews e soci con un titolo da psichedelia fine anni ’60 per cercare di riportare in auge uno dei tanti big new name annunciati oltremanica in questo contraddittorio decennio.

Partendo cronologicamente dai singoli, “Vlad The Impaler”, lanciato qualche mese prima dell’uscita del disco, metabolizzato a dovere rivela in tutta la sua cafonaggine un buon potenziale dance da coraggiosa revisione electro-clash degli Happy Mondays; la ballatona “Thick As Thieves”, pur ben riuscita e confezionata, rappresenta l’ennesimo lentone brit di cui in pochi sentivano il bisogno, malgrado gli spunti revival western (addirittura ostentati in “West Ryder Silver Bullet” sull’ideale fruttuosa scia dei The Last Shadow Puppets) la rendano quantomeno originale all’interno del loro repertorio.
Che idea farsi quindi con due brani di presentazione così agli antipodi? Le due ballad, cui si aggiungono “Ladies And Gentleman (Roll The Dice)” e “Happiness”, pur variando registro, rappresentano un tentativo poco utile di tributare Beatles e Jam e finendo, ciò che pesa di più sulla qualità dell’album, per spezzare troppo un ritmo che i cinque costruiscono con successo nei primi cinque brani.

A partire dalle prime note. “Underdog”, pur inserendosi senza vergogna nel filone dei Kasabian più tradizionali, ha quel tiro e quelle soluzioni acide negli arrangiamenti che due album prima avevano fatto gridare al miracolo ergendoli a risposta inglese ai Primal Scream. Cui si agganciano, poi, maledettamente bene con l’ideale seguito di “Test Transmission”, “Where Did All The Love Go”, visionaria e figlia degli Stone Roses quanto degli immancabili Sixties d’Albione negli inserti acustici e l’inaspettata “Swarfiga”, incessante mini-suite strumentale, che edifica un ponte tra Suicide e kraut, genere tributato anche dalla copertina ispirata a “Made In Germany” dei mitici Amon Düül II. Roba da fantascienza rispetto ai pur arditi intermezzi strumentali del primo album.
Tornando virtualmente in ambito tema b-movie/spaghetti western/Tarantino, l’incontenibile surf-rock di “Fast Fuse” è esemplare oltre che uno snaturamento più di successo del loro sound. Per un brano che resta in tutto e per tutto nello stile dei Kasabian nei coretti ubriachi incastrati alla voce sguaiata di Tom Meighan che sbucano fuori quando ci si sta per convincere di ascoltare la soundtrack di un film di James Bond e nelle chitarre di un nostalgico anni ’70 come Sergio Pizzorno che se potesse suonerebbe sempre dei riff alla Jimmy Page come Jack White.

“Take Aim” e “Secret Alphabets”, nel loro ondeggiare tra madchester orientaleggiante sponda Primal Scream e richiami alla psichedelia per le masse rispettivamente di George Harrison e John Lennon, sono i momenti che meno smentiscono il poderoso inizio, nella discontinuità che prevale nella seconda metà del disco. Il potenziale hit “Fire” invece, oltre a ridestare l’ascolto, risolleva le sorti di un disco che inspiegabilmente si perde, dopo buonissime premesse, in una varietà lodevole negli intenti, ma un po’ confusionaria negli esiti.
Dal madchester a un improbabile lazychester, per questo collettivo di ex-freakettoni troppo pigri e cazzoni per rispondere con una prova di maturità, peraltro piuttosto a portata di mano, allo scomodo ruolo di nuove icona brit appiccicato sopra a troppe band dopo la fine della guerra fredda tra Blur e Oasis.

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