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Il #tbt di questa settimana va a riscoprire il disco Desire di Bob Dylan, uscito nel gennaio 1976.
Il percorso “necessario” che ha condotto alla sua creazione
Nel 1974 Rubin “Hurricane” Carter, pugile afroamericano in carcere da sette anni per un omicidio avvenuto nel 1966 che non aveva mai commesso e per il quale era stato a tutti gli effetti incastrato, pubblica la sua autobiografia The Sixteenth Round, grazie alla quale il caso, che era stato frettolosamente chiuso tra indagini non sufficientemente approfondite e testimoni non del tutto affidabili, ritorna prepotentemente sulle prime pagine di tutti i giornali. Anche il mondo culturale e artistico si schiera per intero al fianco dell’ex pugile e fa in modo che si torni a parlare sempre di più della sua triste vicenda. La storia di Carter catturerà anche l’attenzione di un cantautore che ormai da alcuni anni non componeva più brani su tematiche politiche e sociali: Bob Dylan.
Nell’estate del 1975, infatti, mentre sta iniziando una breve ma feconda collaborazione con l’autore teatrale Jacques Levy, Dylan scrive un nuovo brano a quattro mani con l’amico ispirato proprio alla vicenda dell’ex pugile. In quei mesi l’attività artistica del futuro Premio Nobel è piena di intriganti novità. È già da alcuni anni che è tornato a vivere a New York. Nel 1974 aveva ricominciato a esibirsi dal vivo a tempo pieno organizzando un trionfale tour accompagnato da The Band.
Dopo Planet Waves, uscito nel gennaio del ’74, e il conseguente tour, Dylan aveva scritto e inciso Blood on the Tracks, pubblicato nel gennaio del ’75, uno dei dischi più intensi e poetici della sua carriera. Non era ritornato in tour, però, e nei mesi precedenti aveva solo tenuto alcune sporadiche performance in show televisivi o salendo sul palco come ospite al fianco di altri artisti. Quando è a New York, nel tempo libero, si esibisce all’Other End, che oggi ha il nome di Bitter End, nel quale, in quegli stessi mesi, performa e recita poesie Patti Smith, al tempo ancora poco nota.
È in questo periodo intenso e strampalato che Dylan si avvicina a nuove personalità che lo aiutano a percorrere una strada che stava già cominciando a intraprendere. Oltre a scrivere alcuni testi insieme a Levy conosce anche Mark Ronson, chitarrista di David Bowie, di tanto in tanto si fa accompagnare sul palco del Bitter End dall’amico chitarrista T-Bone Burnett e conosce una giovane e straordinaria violinista, Scarlet Rivera, che deciderà poi di coinvolgere nel nuovo disco e nei suoi due successivi tour. Stanno nascendo Desire, che viene registrato tra l’estate e l’autunno di quell’anno ma che finirà sugli scaffali dei negozi di dischi solo nel gennaio successivo, e un nuovo tour, la Rolling Thunder Revue, uno degli apici assoluti dell’attività concertistica di Dylan, che sarà suddivisa in due fasi, quella svoltasi nell’autunno del ’75, prima dell’uscita di Desire, e quella svoltasi tra l’inverno e la primavera del ’76, successiva alla pubblicazione di quel disco.
Soltanto pochi mesi prima era uscito Blood on the Tracks, uno dei vertici musicali e poetici del cantautore, l’ennesimo capitolo geniale e rivoluzionario del suo songwriting: in quelle canzoni Dylan aveva imboccato un percorso estremamente innovativo grazie a uno storytelling intricato e levigato. Gli intrecci e i sentimenti che popolano quei brani emergono in modo sfocato e misterioso, gravitando in un mondo che sembra esistere al di fuori delle tradizionali coordinate del tempo e dello spazio.
È proprio intorno agli otto minuti abbondanti di “Hurricane”, una gemma folgorante, dall’intensità e dalla potenza poetica rare, la cui stratificazione narrativa è degna di un romanzo storico, che nasce l’astro di Desire. Sette dei nove brani che contiene sono scritti insieme a Jacques Levy, autore teatrale la cui sensibilità, a tratti non così difforme da quella di Bob Dylan, si amalgama magistralmente con le doti liriche del cantautore.
Il contenuto lirico e musicale del disco
Alcuni brani di Desire sono romanzi veri e propri e portano alle estreme conseguenze lo stile narrativo stratificato e soffocante di Blood on the Tracks. Oltre alla già citata “Hurricane”, che apre le danze del disco, hanno questa tipologia d’intreccio la metamorfica “Isis”, un viaggio allucinato e conturbante tra l’Egitto e l’America, dove ancora una volta presente e passato si intrecciano e si mescolano, “Romance in Durango”, un altro splendido racconto per immagini, pieno di scene fugaci e fulminanti, come «the face of God» che «will soon appear with his serpent eyes of obsidian», e “Black Diamond Bay», un altro set cinematografico piuttosto lungo e complicato dalle trame avventurose e romantiche.
In questi brani, tuttavia, lo stile del racconto assume caratteri diversi: se “Hurricane” cerca di essere il più lineare possibile per unire alle volontà poetiche dei due scrittori la necessità di offrire all’ascoltatore un resoconto cronologicamente chiaro delle vicende narrate, le altre composizioni citate, in particolare la roboante “Isis”, rappresentano un mosaico di incertezze e di tornadi, dove ieri, oggi e domani sembrano divorarsi reciprocamente fino a diventare indistinguibili, o per via della circolarità che assume il tempo del racconto o per via della voluta incostanza da parte del narratore nel raccontare i fatti che stanno accadendo.
Desire non è privo neppure di quel romanticismo nebuloso e splendidamente “weird” che caratterizza alcuni dei momenti più iconici della produzione cantautoriale di Dylan. Qui l’esempio più evidente è “Sara”, il brano che conclude l’album: questo e “One More Cup of Coffee (Valley Below)” sono i due brani del disco a essere firmati dal solo Dylan. Il brano è ovviamente dedicato a sua moglie: composto mentre la coppia stava attraversando una crisi fortissima, che li avrebbe portati, nel giro di un paio d’anni, al divorzio, è esattamente la canzone d’amore che tutti ci aspettiamo da Dylan, caratterizzata da una serie di scene concrete e di carattere personale che si avvicendano a immagini visionarie e fortemente ambigue, che caricano di un’atmosfera ancor più misteriosa e carica di tensione un brano che già la sua potente tonalità in La minore contribuisce a creare.
In “Sara” veniamo condotti per mano in un rapporto che è costruito su speranze fragili ma potentissime. Il brano sembra un acquerello: ci sono i bambini che giocano in spiaggia, c’è Sara che compare alle spalle di Dylan «always so close and still within reach», c’è lui che dice di aver scritto per lei al Chelsea Hotel “Sad Eyed Lady of the Lowlands”, c’è, nel finale, una spiaggia deserta in cui sopravvivono solo alcune alghe e il relitto abbandonato di una vecchia barca. Tutto il brano è percorso da uno strano senso di preoccupazione e da un equilibrio estremamente precario, che neppure gli ultimi versi, «Glamorous nymph with an arrow and bow […] Don’t ever leave me, don’t ever go», riescono a risolvere.
I suoi numerosi e intricati “fili rossi”
Molto simile a “Sara” nell’approccio lirico, nell’arrangiamento e nello splendido trattamento vocale è la meravigliosa “Oh, Sister”, una preghiera romantica e filosofica che diventerà uno dei punti più alti dal punto di vista emotivo dei due tour della Rolling Thunder Revue. Anche questo brano è avvolto in un’atmosfera di mistero e di attesa: ogni verso è sul punto di rivelare qualcosa che però rimane celato dietro un velo sottile. «We grew up together from the cradle to the grave / We died and were reborn and then mysteriously saved», canta Dylan con una convinzione e con una emozionalità dirompenti. Non tutto in Desire, però, è così aulico ed elevato: c’è infatti spazio anche per un piccolo divertissement, “Mozambique”, un brano piuttosto dimenticabile ma dotato di una sua grazia intrinseca e onesta, nato come gioco, se non quasi sfida, tra Dylan e Levy per cercare il maggior numero di parole possibili che rimassero con il nome del Paese africano.
Ulteriori fils rouges spesso molto sottili e profondamente aggrovigliati percorrono Desire. Una festa gitana cui pare Dylan avesse assistito qualche anno prima in Provenza dovrebbe avergli ispirato “One More Cup of Coffee (Valley Below)”, un altro episodio di una intensità e di una bellezza poetica rari, dove emergono proprio il mondo gitano e le sue tradizioni e ritualità e dove ai cori fa la sua comparsa Emmylou Harris, anche lei spesso al fianco di Bob Dylan al Bitter End in quei mesi e che farà parte anche della Rolling Thunder Revue. «Your heart is like an ocean / Mysterious and dark», canta Dylan avvolto da una nube di ambiguità e di segreti, che rendono il pezzo quasi impenetrabile.
Se Desire inizia con la celebrazione di un grande uomo ingiustamente travolto dalle bugie e dalle cattiverie degli uomini, esso è popolato anche da personaggi più ambigui. Uno di questi è Joey, il protagonista del lungo brano al centro del disco, parzialmente ispirato alla vita del criminale Joey Gallo, in una narrazione piena di brachilogie, digressioni e accumulazioni che, come al solito, mescola (un po’ di) realtà e (tanta) finzione, fino quasi a far passare il gangster per un Robin Hood. La descrizione della realtà è una delle grandi caratteristiche della poetica di Bob Dylan, in grado di catturare l’interesse dell’ascoltatore sia quando, da buon cronista, si attiene ai fatti, come in “Hurricane”, sia quando, come in “Joey”, la verità non è affatto lo scopo del brano: il nucleo di partenza, infatti, è solo una scusa per scrivere una storia totalmente nuova. A guidare tutte queste differenti trame sono la solidità e la bellezza della scrittura di Dylan e di Levy, che catturano l’ascoltatore fino a calarlo quasi fisicamente in quei mondi.
In Desire Dylan sembra anche affascinato da culture e mondi lontani che in qualche modo attraggono o condizionano i personaggi che popolano quei brani: l’Egitto, le sue ritualità e la sua temporalità circolare sono il background di “Isis”; il locus amoenus, una sorta di Paradise Lost, diventa una potenziale trappola in “Black Diamond Bay”; le pulsazioni vagabonde animano “One More Cup of Coffee”, in cui il narratore è pronto a partire per un lungo viaggio dopo aver bevuto un caffè; il western centroamericano di “Romance in Durango” diventa ben presto un racconto che intreccia temi romantici e da giallo; tutto questo ci dimostra che Desire è un disco in cui si viaggia di continuo sia con il corpo che con la mente, in un nevrotico affollamento di luoghi, di personaggi e di umori.
L’eredità del disco
Desire rappresenta per certi versi la naturale prosecuzione dell’approccio innovativo e geniale che Dylan aveva sperimentato, con risultati stratosferici, in Blood on the Tracks pochi mesi prima. Dei nove brani che contiene ben sette sono scritti insieme a Levy, il cui apporto dal punto di vista stilistico e contenutistico non va certamente sottovalutato. Il percorso che Dylan decide di seguire nello scrivere questi pezzi sembra essere un passo laterale rispetto a quello effettuato nel disco precedente, senza inversioni di rotta totali e con ben poche deviazioni dagli impianti narrativi che avevano reso tanto splendido quanto misterioso Blood on the Tracks. Esemplificativo di ciò sono gli impianti lirici e musicali che strutturano i brani. Alcune delle narrazioni, invece, pur rimanendo piuttosto stratificate, recuperano le tradizionali categorie di spazio e tempo. Ricompare anche la canzone socio-politica, anche se da quel momento in avanti Dylan non tornerà quasi più a camminare in quei territori.
Più di ogni altra cosa, però, a convincere è la spinta creativa così vulcanica e centrifuga di Dylan, che già era evidente in Planet Waves e che ancora di più aveva caratterizzato la meraviglia di Blood on the Tracks. Le canzoni qui contenute sono leggermente inferiori a quelle che sono contenute in Blood, e dire ciò è un’ovvietà, ma la grinta e la convinzione con le quali il cantautore le scrive, le interpreta e le vive rende le sue performance – sia quelle in studio sia quelle dei tour della Rolling Thunder Revue – letteralmente infuocate. È questo il motivo per cui il biennio che inizia nell’autunno 1974, quando Dylan inizia a comporre e incidere Blood on the Tracks, e che si conclude nella primavera del 1976, quando, a fine maggio di quell’anno, termina il secondo tour della Rolling Thunder, viene considerato dagli studiosi e dai fan come un’unica fase nella carriera di Dylan, pur con le sue – a volte anche notevoli – differenze da stagione a stagione, nonché uno dei periodi più intensi e proficui del suo infinito percorso artistico.

