THE DECEMBERISTS, Hazards Of Love (Capitol, 2009)

Anche se possiamo dare un’altra impressione, non siamo contro il prog a priori. Anzi, c’è sempre del fascino in album ambiziosi che vogliono raccontare una storia come in un grande romanzo epico. Il tentativo di portare sempre più in là i confini del medium canzone non va ostracizzato a priori ma ponderato. Prima di cassare senza riserva i Mars Volta, ad esempio, mi sono sorbito tutti i loro album e, anche se a continuano a piacere a gente che stimo dal punto di vista musicale, dalle nostre parti i loro pastrocchi danno sempre l’impressione di indigeribile mattone. Come diceva qualcuno, va bene il prog, ma c’è bisogno di un anima, non una dimostrazione di celodurismo musicale travestita da avanguardia.

Questo per dire che le derive prog dei Decemberists sono sempre state apprezzate. Del resto, anche se lontano dal capolavoro “Picaresque”, il precedente “The Crane Wife” – che di prog ne aveva parecchio – aveva un’anima e una forza espressiva davvero notevole. “Hazards of Love”, invece, si pone subito come lavoro controverso. La forma è prog allo stato puro, anni ’70. Ci sono i rimandi, gli intro, gli outro, i temi ricorrenti, i capitoli, i diversi movimenti della stessa canzone e via dicendo. Insomma, una cavalcata epica in tutto e per tutto. La storia d’amore con tutte le difficoltà, gli antagonisti, i deuteragonisti e i personaggioni del caso. Meloy si intreccia alla voce con My Brightest Diamond, Lavender Diamond e My Morning Jacket e concepisce un’opera che è si folk revival – c’è molto Canterbury a sottolineare il grande ventaglio d’influenze del gruppo di Portland – ma anche hard rock (riffoni alla Black Mountain) e tradizionale nel suo melange di strumenti ancestrali e ritmi da ballata medievale.

Ma le intenzioni non sempre vanno a braccetto coi risultati. “The Hazards of Love” è infatti il disco più debole dei Decemberists. Le canzoni, incapaci di vivere una vita autonoma, trovano il senso solo nel disegno generale. Il che non è un male, ma manca proprio quel passo oltre capace di rendere indimenticabile una melodia, un progetto, un’idea. Ho ascoltato l’album un bel po’ di volte – anche per questo la recensione arriva solo adesso, scusate! – proprio per torvarne la chiave nascosta. Un giorno mi avevano detto che ad ascoltare le cose con insistenza, alla fine, ti piacciono per forza. Qui non è successo. Sarà un caso?

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