ZION, I The Take Over (Gold Dust Media, 2009)

Dal nuovo disco degli Zion I, devo ammetterlo, non mi aspettavo nulla di che. Gli album precedenti del duo californiano mi avevano lasciato un ricordo vago che potrei sintetizzare appunto alla stessa maniera: nulla di che. Intendiamoci: mica degli sprovveduti, gente che ne sa, onesti artigiani in grado di regalare una tantum qualche pezzo potente; ma per emergere nella congestionata mappa dell’hip hop americano è necessario offrire qualcosa in più rispetto alla concorrenza, e non avevo mai avuto l’impressione che Zumbi e AmpLive potessero offrircelo.

Il primo ascolto di “The Takeover” invece mi ha irritato. OK, ho pensato, non avete più idea di cosa va per la maggiore e, per non saper né leggere né scrivere, ci propinate un bel minestrone in cui c’è dentro di tutto, sperando così di nascondere il fatto che la vostra bussola non funziona più e che la rotta sonora che stavate seguendo è ormai irrimediabilmente compromessa.
Avessi scritto il pezzo dopo quei primi ascolti me ne sarei uscito con considerazioni del tipo: a “The Takeover” manca personalità, è un collage pacchiano di suoni che attingono a piene mani da ogni settore della musica ritmica, nel disperato tentativo di risultare alla moda, con il deprecabile effetto di sembrare ancora più attempato di quanto non sia in realtà, un po’ come un cinquantenne che si sforzi di utilizzare lo slang adolescenziale. Forse avrei concluso dicendo che la coerenza nello stile di produzione è fondamentale perchè un disco hip hop suoni come si deve, che è meglio saper fare veramente bene una cosa che cinquantamila così così, che è il caso di ritirarsi dalle scene al momento giusto anziché continuare per inerzia, eccetera.
Fortunatamente ho lasciato decantare per un po’ il disco nell’impianto stereo della macchina, e i ripetuti ascolti mi hanno convinto che in realtà, se avessi scritto quello che avevo in mente di scrivere all’inizio, avrei sparato grandissime cazzate peccato di superficialità.

Perchè è vero che “The Takeover” attinge a piene mani dalla musica ritmica di ogni tipo, ma lo fa senza sbagliare un colpo: raggaeton, dancehall, jazz, discomusic, soul, funk, il tutto è miscelato in modo da risultare perfettamente hip hop e dannatamente coinvolgente. Il disco è una specie di ossimoro vivente, per gli standard del genere: ballabile ma non tamarro, curato senza essere pretenzioso, innovativo benché non sperimentale; gran parte del merito va alle produzioni di AmpLive, ma anche il lavoro di Zumbi in sede di chorus e ponti ha aumentato (e di molto) la musicalità del prodotto.
La mia personale verità su questo disco è che funziona: non è un capolavoro, non vi salverà la vita, non vi aprirà nuovi orizzonti sul significato della stessa; ma si fa ascoltare, questo sì, non annoia, non avanza pretese che non gli spettano, ha i piedi ben piantati per terra, questo “The Takeover”, a dispetto del titolo, e lo stereo della mia macchina ancora ringrazia.

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