ART BRUT, Art Brut vs. Satan (A Buzz Supreme, 2009)

Ecco di nuovo l’eterno, micidiale, antagonista di ogni band: il famigerato “terzo album”. Gli Art Brut del dinamitico e furbetto Eddie Argos affrontano a modo loro questa cattiva coscienza, prendendola per le corna, intitolando con brillante arroganza il nuovo album “Art Brut vs. Satan” e intraprendendo spavaldamente un nuovo maturo corso da gruppo “da studio”, suggellato nientedimeno che dalla semi-mitologica presenza di Frank Black dei Pixies alla produzione, e formalizzando tutti gli archetipi creativi sviluppati nei precedenti lavori.

Si è parlato di registrazioni lampo, molto punk-rock, in Oregon (U.S.), impostate, per catturare e non snaturare tutta l’intima essenza avant-garde e situazionista del gruppo inglese, l’esplosiva dirompenza dissacrante e disordinatamente borderline che caratterizza il loro suono, in non più di dieci giorni. Per quanto ritmicamente decelerato, il disco suona abbastanza ruvido e rock n’ roll, pseudo-naif, dadaista e citazionista (si citano nei titoli, senza tanto rispetto, Iggy Pop e Beatles) come al solito. Il pezzone del disco è sicuramente l’iniziale “Alcoholics Unanimous”, graziosa canzone (non-canzone), in perfetta estetica Art Brut: inglesissima e trascinante (sorridente pot-pourri tra Fall, Clash, The Futureheads e The Streets), tutta slogan e cori, con una coda finale infiammabile e vorticosa.

Subito dopo, “Dc Comics And Chocolate Milkshake” esplode aggressiva e incalzante, per poi addormentarsi nello scialbo ritornello (ritornello?), lasciando presagire la cifra estetica e contenutistica dell’intero disco: nulla di nuovo e, quindi, nulla di ordinario (ordinaria e canonizzata straordinarietà). In “Demons Out!” le chitarre si classicizzano e metodizzano, infine impazziscono svirgolando, con elegante lassismo di strumentalità (ossia di attenzione al mercato, alla vendibilità, alle mode) e il cantato-recitato (declamato) raggiunge il suo climax drammatico e sonoro. In “Slap Dash for No Cash” è ancora il rock da stadio (di provincia), o da palestra universitaria, a segnare le direzioni e gli orizzonti poetici, con distorsioni sature e briose, che sfociano in timidi crescendo, e una batteria dritta e chiassosa alla Buzzcocks. Si balla e si sorride con il basso sbarazzino di “Twist and Shout” e ci si ritrova, poi, a scuotere la testa sul cacofonico glam punk in levare di “Summer Job”, con quel coro in leggera differita davvero estroso. Chiude il disco il tentativo epico e magniloquente di “Mysterious Bruises”, a posteriori interessante, ma all’ascolto un po’ troppo lungo e monotono.

Le innovazioni, dal punto di vista compositivo e musicale, latitano, ma è pur vero che molto del valore artistico del gruppo e dell’album è nascosto (quindi esotericamente celato, almeno per noi bestiacce italiane) nell’architettura e nei messaggi dei testi, affreschi ironici e demistificanti della realtà quotidiana, della soggettività alternativa del frontman Eddie Argos e delle piccole universalizzabili miserie dell’uomo, che beve caffè o milkshake, prende un passaggio, lavora d’estate e riflette sul senso dell’esistenza. “Art Brut vs. Satan” tira fuori un punk carino, inoffensivo e moderno: roba che ai punk, di trenta o vent’anni indietro, farebbe alquanto schifo, ma lo chiamano ancora così, nonostante si vesta così chic e si atteggi a libido sciendi. Non so…

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