DAVE GAHAN, Hourglass (Virgin / Mute, 2007)

Il 2007 è stato anche l’anno di un paio di dischi solisti con i controcoglioni da parte di due frontman dalla verve indiscussa: Eddie Vedder e Dave Gahan. Due vecchie volpi, che hanno attraversato uno già gli Ottanta e l’altro i Novanta, e che si sono trovati a buttare in questa annata le loro considerazioni musicali personali senza timore di risultare pateticamente superati.

La domanda comunque è: perché un affermato leader sente il bisogno intrinseco di far uscire una musica a suo nome che è diretta parente, se non una mera consecutio, di quello che fa il gruppo di cui fa parte? Si può capire un Thom Yorke che ributta in “The Eraser” le sue pippe elettroniche (e che pippe, però!) per espungere macchinosità e marchingegni dai Radiohead, si può finanche cogliere sfumature intime in “Into The Wild” dove Vedder si fa più confidenziale anche se gira qua e là dalle parti della roba più acustica dei Pearl Jam, ma un Dave Gahan che sostituisce pari pari il suo nome a quello che è in tutto e per tutto un album dei Depeche Mode? Leggermente più industriale (“Deeper And Deeper”), talvolta minimal (“Insoluble”), ma pur sempre Depeche fino al midollo (ascoltarsi il riff di “A Little Lie”, quello che parte al timing 00’18’’ e poi che fa da sfondo al ritornello…). Attenzione: l’album è riuscito, non si tratta di trovare le cause di un passo falso bensì di andare alla ricerca del perché di un progetto del genere (che segue il primo album solista di Gahan, “Paper Monsters”, del 2003).

Potrebbero trovarsi elementi di discussione nei testi? “Saw Something” parla di un litigio, “Use You” di chi si trova a “usare” una persona ma si accorge di quanto questo sia squallido, insomma molte storie personali quasi ordinarie. Niente che eccelle o che possa darci una soluzione. Più aderenti allora al vissuto drammatico di Gahan, che dopo l’overdose del ’96 e la sopravvivenza miracolosa alle droghe si è avvicinato a una sorta di religiosità dubbiosa, paiono quindi i testi del singolo “Kingdom” (“If there’s a kingdom behind it all / Is there a God that loves us all”) o quello di “Miracles” (“I don’t believe in Jesus / But I’m praying anyway”). Confessare le domande esistenziali, i propri dubbi filosofici? Se si pensa che David Gahan si è cimentato per la prima volta nella stesura dei testi con i Depeche in “Praying The Angel” (2005) (“Suffer Well”, “I Want It All” e “Nothing’s Impossible” sono a lui accreditate), allora quella sì, pare una buona tesi.

E rimane il fatto che, cambiando l’ordine dei fattori, dei compositori, di Martin L. Gore e di Dave Gahan, il risultato non cambia. Chi l’avrebbe mai detto ai tempi di “Just Can’t Get Enough” che saremmo arrivati fino a qui?

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