PANDA BEAR, Person Pitch (Paw Tracks, 2007)

Come molti di voi oramai sapranno, “Person Pitch” è stato album osannato un po’ ovunque dalla critica: si sono potuti intravedere peana nei suoi confronti in tutta quella porzione di mondo che si occupa di rock. Niente di cui poi ci sia da stupirsi particolarmente, a dire il vero; dopotutto il buon Panda (Noah Lennox all’anagrafe), ha da sempre potuto godere di un certo credito nell’universo dei critici musicali, grazie anche alle dinamitarde incursioni operate dall’Animal Collective di cui è parte integrante e indispensabile. Già, il collettivo animale… ciò che sorprende, nell’approcciarsi alle più disparate derive recensorie che si è avuto modo di incontrare nel corso di questi mesi, è il silenzio pressoché obnubilante nel quale sono stati gettati gli altri album solisti di Panda Bear. Perché, se è indubbio che l’esperienza Animal Collective abbia segnato profondamente “Person Pitch”, è altrettanto innegabile che senza album come l’omonimo del 1999 e “Young Prayer” probabilmente staremmo parlando di qualcos’altro.

A volte sembra che Noah Lennox soffra della sindrome di Ciccio, o cretinismo delle valli che dir si voglia… la sua musica diventa improvvisamente infantile, nel senso più etimologico del termine. A volte questo produce semi-sbandamenti (vedi il già citato “Young Prayer”, ma anche alcune sortite con gli Animal Collective, tra cui proprio l’ultimo “Strawberry Jam”), altre volte invece trae forza proprio dalla sua stupefacente naiveté. “Person Pitch”, fortunatamente, fa parte di questa seconda genìa; permangono i rumori, i boati, le deflagrazioni, ma sottopelle si fa largo un’ispirazione quasi mistica e addirittura riflessi di power-flower, come se questo ragazzotto americano abbeverasse la sua arte direttamente al sole californiano. Da “Comfy in Nautica” a “Ponytail” passando per monoliti sonori quali “Bro’s” e “Good Girl/Carrots”, quello che ci viene proposto è un viaggio alla ricerca di un panteismo contemporaneo, vissuto con la gioia e la volontà di stupirsi a tutti i costi che sono proprie dell’ingenuità (o della saggezza, se preferite); che Noah Lennox sia o no un hippie – ecco un altro punto fermo su cui la critica si è soffermata, senza comprendere come la consequenzialità delle cose rischi di essere puramente accidentale -, o che la sua accolita di seguaci voglia ricreare in questo ventunesimo secolo le utopie e le speranze di cui vissero e si nutrirono i loro coetanei di quarant’anni fa, è argomento che francamente lascia il tempo che trova. Quello che conta davvero è notare come la sua musica sia riuscita a trovare miracolosamente un equilibrio tra i mantra ossessivi di natura cosmica, il percussionismo “for dummies” di cui fu maestro il David Peel di “Have a Marijuana” (ma, prima ancora, il Moondog che si vestiva da vichingo e circolava per la Sixth Avenue) e l’e(pop)ea degli anni sessanta. Senza per questo dimenticare accenni di tribalismo, masticatura di radici del suono americano e chi più ne ha più ne metta: ma non è su queste ultime derive che dovrebbero incentrarsi i vostri sforzi durante l’ascolto (se proprio volete un’immersione senza bombola di ossigeno in siffatto magma, andatevi a ripescare gli Animal Collective di “Here Comes the Indian” e “Sung Tongs”), perché non sono loro a guidare le danze.

Lasciatevi dunque trasportare nel vortice di questo sabba eliocentrico, riverberato ma mai angosciante, etereo eppure così straordinariamente umano, tattile, sensibile. Se sarete fortunati, vi sentirete presto parte di quella congrega di quasi-umani che la fa da padrone sulla copertina di “Person Pitch”: e se non vi sentite lusingati dall’augurio, allora non avete ancora capito di cosa si sia parlato finora…

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