SHELLAC, Excellent Italian Greyhound (Touch & Go / Self, 2007)

Ci sono almeno due motivi per cui questa recensione è inutile. Il primo: chi trepidava da otto anni per il seguito di “1000 hurts” si sarà buttato su “Excellent italian greyhound” con una foga da fanatico già al primo giorno di uscita. Il secondo: non c’è granché di nuovo da dire sugli Shellac. Loro non commentano l’ultimo nato, mentre noi ascoltiamo e non troviamo molti spunti per parlare nuovamente di loro.

Non è un bel segno? D’altra parte, cosa resta da dire su una band che è diventata quintessenza di un suono (quella chitarra rocciosa e frantumata, la batteria in pieno viso, il basso che è una pura psicosi esibita e frontale), che si è fatta leggenda nell’assenza? In questi otto anni, Steve Albini si è dato da fare producendo dischi a chiunque, mentre Bob Weston è rimasto a manipolare suoni agli Electrical Audio e Todd Trainer si è diviso tra il suo lavoro da magazziniere di vernici e gli assalti alla batteria dei concerti assieme a Scout Niblett; eppure, arrivati a un loro disco, è come se tutto questo non fosse esistito.

Gli Shellac, ora più che mai, vivono dentro una bolla di sapone: stanno bene lì, e non sono poi così ansiosi di mettere il naso fuori. È per questo che su “Excellent italian greyhound” non si può dire granché: stando così cocciutamente attaccati al suono che loro stessi hanno creato, non è rimasto niente di nuovo da dire. Eppure, l’attacco è folgorante: “The end of radio” gira ossessiva intorno a un riff di tre note, mentre chitarra e batteria sembrano cadere addosso l’una all’altra come un ubriaco di precisione metronomica, e Albini inscena un monologo teatrale, apocalittico, come un dj che non parla più a nessuno, sempre più disperato e solo.

Se c’è un po’ di autoironia, è proprio qui, nell’urlo angosciato di chi parla a una platea vuota, ma è solo un attimo: “Steady as she goes” schizza via velocissima e rocciosa, nichilista e compatta, e poi via, tutto il resto in sequenza. Tutto preciso, perfetto, con suoni eccezionali. Eppure, durante l’ascolto, ti rendi conto di aver perso interesse; ti riaccendi un secondo quando in “Genuine lullabelle” la voce di Albini rimane nuda per pochi, sgradevoli secondi, trovi perfino un momento di quiete elettrica in “Paco” (e ti attraversa un ricordo degli Shipping News più densi) e chiudi facendoti calpestare dalla batteria nel tiratissimo hardcore di “Spoke”.

È tutto qua. Ce lo potevamo aspettare, ed è tutto come previsto. Non c’è sorpresa, nel vinile di “Excellent italian greyhound”. Vinile, sì, non cd: “This record is meant to be listened on vynil”, scrivevano gli Slint su “Tweez”. Erano altri tempi. Tempi splendidi che si ostinano a ritornare.

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