NEIL YOUNG AND CRAZY HORSE, Live at the Fillmore East (Reprise / Wea, 2006)

Ogni grande personaggio ha il suo grande gregario, che agisce pressoché inosservato nell’ombra, e che verrà quasi sistematicamente ignorato dai posteri: ci sono così tanti comprimari dimenticati ai quali la monumentale storia del rock non ha ancora reso abbastanza giustizia che si potrebbe dar vita alla più grande super-band di sempre. Uno di questi è Danny Whitten, primo chitarrista dei Crazy Horse, la storica band di Neil Young. Sostanzialmente, la sua militanza nelle fila del Cavallo Pazzo aveva finora lasciato un unico frutto: l’incredibile “Everybody knows this is nowhere”, primo e forse più grande capolavoro del canadese. Whitten partecipa ancora a “After the goldrush”, del solo Young e in cui le elettriche tacciono per la maggior parte, mentre poco dopo l’uscita di “Harvest” è già sottoterra a causa della consueta overdose di eroina.

Neil Young non lo ha mai dimenticato. Il junkie di cui parlava “The needle and the damage done” era proprio Whitten, da poco allontanato dalla band a causa della sua dipendenza dalla suddetta sostanza, e in seguito addirittura un intero album, l’oscuro e sanguinante “Tonight’s the night”, sarà ispirato dalla sua perdita. Non stupisce perciò che ad aprire le uscite riguardanti i leggendari Archives sia un album live della prima formazione dei Crazy Horse, il primo a testimoniare l’importanza che ha avuto Whitten come spalla del canadese: non un rivale alla Stills, ma la perfetta controparte per lo stile impetuoso di Young. E non stupisce che nella scaletta del concerto in questione compaia anche una canzone firmata Whitten, quella “Come on baby let’s go downtown” che vedrà la luce proprio nel disco a lui dedicato, il già citato “Tonight’s the night”.

Il resto del concerto è praticamente un best of di “Everybody knows this is nowhere”, ovvero il palesarsi di uno dei migliori concerti immaginabili, ovvie padrone del campo le mastodontiche “Down by the river” e “Cowgirl in the sand”, due cavalcate senza fine, senza tempo e senza pari. Completano il tutto la semi-sconosciuta “Winterlong” e una frizzante “Wonderin’ “ che vedrà la luce soltanto 13 dopo, completamente sfigurata, nell’anomalo e controverso “Everybody’s rockin’”. Neil Young è sempre rimasto affezionato alla memoria dei (tanti) collaboratori fidati caduti nell’arco della sua gigantesca carriera. Whitten è stato il primo, forse anche il più importante. Neil non poteva omaggiarlo in un modo migliore: con un album che va a coprire una piccola falla storica, che apre l’epopea, speriamo florida, degli Archives, un album che testimonia la grandezza dei Crazy Horse primigeni.

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