AMERICAN MUSIC CLUB, The Golden Age (Merge, 2008)

Quando un americano ci sa fare, ci sa fare sul serio. Da quando Mark Eitzel ha rimesso in piedi la vecchia sigla, dopo una parentesi solista avara di soddisfazioni ma artisticamente rispettabilissima, sembra aver ritrovato nuova linfa. “Love Songs For Patriots” aveva le coordinate giuste del grandissimo disco, ma alcuni meccanismi dovevano essere oliati per bene e ritrovare lo smalto dei giorni migliori (quelli di “Mercury”, per intenderci).

“The Golden Age” mette a fuoco tutto e diventa un album meraviglioso. Non solo per la qualità delle canzoni, ma per l’atmosfera, per il mood, per tutta una serie di sensazioni che accompagnano l’ascolto e non se ne vanno più via. Eitzel sa pizzicare le giuste corde dell’emozione ed è un vero talento nel saper ambientare le sue storie in scenari di solitudine e disillusione. Un vero e proprio scrittore di racconti prestato alla musica, un’abitudine tutta americana che ha avuto il suo personale “McSweeney” col progetto Undertow Orchestra, dove Eitzel si confrontava con altri Scrittori come David Bazan di Pedro the Lion, Vic Chesnutt e Will Johnson dei Centro-Matic. Un’esperienza che ha sicuramente giovato al baffuto leader, visto che ad ascoltare i pezzi di “The Golden Age” si stenta a trattenere la commozione, o per lo meno la sensazione di trovarsi disarmati davanti ad una tale sincerità, ad una tale capacità di mettersi in discussione (…non senza ironia, va detto), ad una così affinata arte della scrittura che ti entra sottopelle.

“All My Love”, “The Decibels And The Little Pills”, “The Sleeping Beauty” e, soprattutto, la meravigliosa “The Windows World” sono i capitoli salienti di una specie di Grande Romanzo Americano in musica che già da subito si candida come uno dei dischi dell’anno ma, più che altro, si candida ad essere una di quelle opere che restano, che si riascolteranno anche fra un po’ di tempo facendo venire in mente sempre le stesse cose, gli stessi sentimenti, le stesse sensazioni. Siamo dalle parti di quel folk-rock meditabondo e crepuscolare, da suonare al tramonto o all’alba, quando bisogna riprendersi dai postumi della sbornia o pensare ad un’altra stupida giornata in questo schifo di città.

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