BECK, Guero (Geffen, 2005)

Dice il saggio che il mondo finirà nel giorno in cui Beck scriverà una brutta canzone. Signore e signori, stringetevi forte perché quel giorno è arrivato. Sembrava impossibile visto tutto quello che è successo in questa decina di anni passati assieme al nostro amico loser, ma purtroppo ogni speranza è persa e le chiacchiere stanno a zero.

La fine del mondo ha il sapore amaro dell’assurdo e raffazzonato rap tex-mex di “Qué onda guero”. Ma il brano in questione non è di quelle canzoni brutte se paragonate al resto del repertorio di Beck, no, è brutta e basta. E dispiace, molto. Sì perché anche se il singolo “E-Pro” non fa altro che riciclare quanto di buono fatto dal Nostro in questi anni, è indubbiamente un buon opener e una canzone divertente. E se i pezzi avessero tutti seguito questa linea di pensiero con una qualità comunque accettabile, avremmo potuto anche salutare “Guero” come un disco minore di Beck con, in ogni caso, delle belle canzoni e una sua consapevole raison d’etre.

Purtroppo non è così. Perché fatta eccezione per alcuni episodi – tra cui spiccano la bonus track “Send a message to her” (il cui riff ricorda “Devil’s haircut” su “Odelay”), “Go it alone”, che vede anche un cammeo di Jack White e il dub-blues di “Black Tambourine” – il resto dell’opera si staglia su livelli non dico imbarazzanti, ma tremendamente “normali”. È sicuramente un Beck minore, ma sembra quasi uscito da un centro di riciclaggio dove hanno buttato dentro i momenti meno ispirati di “Odelay”, “Mellow Gold” e “Mutations”. Nulla di nuovo sotto il sole della California, quindi. Ovvio che non si possa sempre pretendere che ci stupisca con la sua musica, ma se con “Sea Change” ci aveva aperto le porte del suo cuore per scrivere canzoni folk di assoluta bellezza e in “Midnite Vultures” almeno ci si divertiva parecchio, qui si accavallano momenti di stanca e altri di pura noia. Un ritorno alle origini che non ha portato nulla di buono quindi, perché probabilmente è anche vero che abbiamo imparato ad aspettarci sempre tanto da un artista del calibro di Beck Hansen, ma è anche vero che se l’insopportabile e narcolettica bossanova di “Missing” spinge a schiacciare il tasto F-FWD, vuol dire che c’è qualcosa che non va e che tutto sommato questo disco rappresenta un’enorme occasione sprecata oltre al primo, vero, passo falso di quello che è stato – e che continua ad essere – uno dei massimi talenti musicali degli ultimi quindici anni.

È arrivata quindi la fine del mondo. Ed ha il sapore agrodolce dei vecchietti campionati che ti dicono sconsolati: “Qué onda guero!”. Le regole del sesso sono state definite e l’età dell’oro non ha fatto in tempo ad incominciare e se è vero che questo disco oltre ad essere un po’ noioso e un po’ sciatto, è anche un po’ scontato e banale, forse vuol dire che sono un perdente, quindi perché non mi uccidi?

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