DEVENDRA BANHART, Rejoicing In The Hands (Young God Records, 2004)

Da ateo non mi capita praticamente mai di soffermarmi a pensare alla vita ultraterrena, al Paradiso, alla conformazione delle ali degli angeli. Eppure se dovessi, costretto con le spalle al muro, concentrarmi su una visione celeste penso che identificherei senza problemi il canto dei cherubini nelle note di “Rejoicing in the Hands”, seconda fatica sulla lunga distanza per Devendra Banhart.

Basterebbe l’attacco di “This is the Way”, con quel fingerpicking delicato e aggraziato per far gridare al capolavoro; la voce di Devendra si insinua con una dolcezza indicibile nelle crepe dell’anima, adagiandosi e occludendo i buchi più vistosi. Viene naturale chiamarlo folk, e di folk si tratta (onde evitare fraintendimenti), ma si ha anche la naturale impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di sovraumano, residuo di civiltà perdute, goccia d’ambra impossibile da collocare in un tempo definito. In “It’s a Sight to Behold” gli archi sorreggono la struttura classicamente basata sull’acustica della chitarra.

In alcuni istanti sembra di ascoltare la versione disperata di un Leonard Cohen vecchia maniera, altre volte fa capolino l’immagine di Michael Gira, ex-Swans ora Angels of Light, colui che ha dato visibilità al genio cristallino di questo ragazzo vagabondo ai confini dell’America (si narra di una vita passata tra USA e Venezuela). Mille i nomi che potrebbero essere fatti, perché mille sono i colori riflessi da un personaggio che definire unico non appare certo esagerato: si può facilmente passare dall’intimismo sussurrato di un Nick Drake agli scioglilingua infantili di un Syd Barrett, dalle spregiudicate schizofrenie retrò di un Daniel Johnston all’interpretazione dello scandire delle stagioni nella lentezza pacificante della musica rurale statunitense. Senza per questo affidarsi alla sola voce e chitarra: abbiamo già parlato degli archi, ma si possono ascoltare anche pianoforte, organo, basso, percussioni.

Nel finale della straordinaria “This Beard is for Siobhan” si assiste ad un crescendo di batteria sconvolgente, da lasciarci il fiato sopra, a dimostrazione di una grandezza compositiva già mostrata in nuce sia nell’esordio “Me Oh My the Way the Day Goes By the Sun is Setting Dogs are Dreaming Lovesongs of the Christmas Spirit” che nell’EP che gli aveva fatto seguito. Qui, abbandonato in parte il lo-fi tout court, il gusto per la melodia e per l’arrangiamento esplode in maniera a dir poco deflagrante. Impossibile elencare tutti i capolavori di cui è composto quest’album: per tutti citerò la scheggia impazzita “Todo los Dolores”, con Devendra che attacca il pezzo dopo averlo dovuto interrompere tra le risate e dove viene alla luce l’aspetto più ludico dell’intera operazione, e soprattutto la conclusiva “Autumn’s Child”; pochi accordi di pianoforte e la meravigliosa voce di Devendra a sciorinare versi impagabili e strazianti nella loro semplicità prima che, in un soffio, arrivi un arpeggio di chitarra e si porti via il pezzo.

E allora, alla fine del viaggio, sai di non poter più fare a meno di questo ragazzo e del mondo fantastico che ti ha aperto davanti agli occhi. Perché se avrete la buona creanza di acquistare “Rejoicing in the Hands” vi troverete davanti alla più grande opera di cantautorato da anni a questa parte e al più bell’album partorito durante questo 2004.

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