GIANNI MAROCCOLO, A.C.A.U. La nostra meraviglia (Black Out / Universal, 2004)

Solo leggendo il cast, chi ascolta rischi di impressionarsi. Mi sarei aspettato anche altri nomi, però, qualcuno che abbia fatto parte del Consorzio (Mara Redeghieri dei miei adorati Üstmamò, Marco Parente, i dissolti estAsia, tanto per fare alcuni nomi): la loro assenza dice molto più del voluto su quanto la grande famiglia dell’asse Reggio Emilia – Firenze sia crollata rovinosamente.

Cos’è “A.C.A.U.”, allora? Solo una parata di nomi, tutti ad omaggiare uno dei cuori pulsanti del nostro rock? Non esattamente: album multisolista, creato in riva al mare e ispirato dalle onde, presentato al pubblico con metodi innovativi per l’Italia (conferenza stampa in webcast e pochi concerti con ospiti in qualche teatro), con giornalisti e pubblico a benedire l’operazione. Il tutto, sembrerebbe, senza che nessuno abbia ascoltato correttamente il disco, che è troppo lungo e, in alcuni punti, decisamente noioso. “A.C.A.U.” deve molto a Hector Zazou, e si sente: suoni rarefatti, ritmicamente poco sostenuti, che tendono a scomparire dietro alle numerose voci senza riuscire a valorizzarle appieno; un disco che evita il rischio di suonare disomogeneo per i troppi ospiti coinvolti e che cade nella trappola opposta, quella di aver uniformato quasi tutto, con poche canzoni che spiccano dal lotto.

“Night and storms”, ad esempio (non tanto per merito di Battiato, ma grazie allo strepitoso finale di contrabbasso e del pianoforte riconoscibilissimo di Francesco Magnelli); l’inquieto recitato su derive psycho-western di “Deriva finita” (ecco un buono spunto per i prossimi Marlene Kuntz, dopo le recenti magre) e i contributi di due voci femminili tecnicamente perfette ed emozionanti: la “Meloria’s ballade” di Cristina Donà, alle prese con un fraseggio vocale complesso e indelebile, ed “Elianto” di Ginevra Di Marco, puro balsamo per il cuore.

Gli altri? Se consideriamo gli standard a cui ci hanno abituato, molto meglio fanno Pelù o Jovanotti rispetto a un incolore Manuel Agnelli, o ad un fiacco Raiz, o ad una già sentita Fiamma; non male Carmen Consoli (“Carezza d’autunno” potrebbe essere benissimo una sua canzone) né Chimenti o Fiumani, alle prese con brani che non li valorizzano appieno. La loro meraviglia, in definitiva, non coincide con la mia. Ed è un vero peccato.

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