FURSAXA, Mandrake (Acid Mothers Temple, 2000 / Eclipse Records, 2004)

Appare doveroso aprire questa recensione con un plauso sentito alla Eclipse Records che si è assunta l’incarico di ristampare (solo in LP) uno dei migliori, e al contempo misconosciuti, lavori degli ultimi anni. “Mandrake” aveva visto la luce su un semplice cd-r, nel 2000, grazie alla Acid Mothers Temple di Kawabata Makoto, polistrumentista nipponico leader dei Musica Transonic, dei Mainliner e – per l’appunto – degli Acid Mothers Temple e fautore di una neo-psichedelia ricca di riverberi, suoni cosmici e wah-wah.

Dietro il nome spiazzante di Fursaxa si cela il volto di Tara Burke da Philadelphia, la città che dopo essere stata all’inizio del decennio passato simbolo del progressismo americano (l’omonimo film di Jonathan Demme, la lotta all’AIDS, il populismo energico di Bruce Springsteen) è diventata, per la stampa specializzata, capitale del neo-folk statunitense. Neo-folk che nelle mani di Fursaxa diventa materia plasmabile, eterea e rarefatta. Il chord organ che apre la splendida “Twilight of Destre” accompagnando il cantato salmodiante della Burke riporta alla mente le atmosfere tracciate in “Desertshore” da Nico.

Musica adagiata su una linea esile e carica di riverberi cosmici, magma indefinito; Fursaxa si libra come uno spirito della foresta. In “Tympanum with Curipira” sono gli arpeggi di una chitarra ectoplasmatica ad aprire la strada all’irrompere della melodia, quasi che le progressioni chitarristiche dei Sonic Youth venissero a scontrarsi con l’aspetto più acustico e rurale del folk, “Mon Lion” è una filastrocca infantile che Tara narra con un timbro fatato, in “Tincum Church” si appaiano ai soliti riverberi tintinnii, accenni di mandolino, una fisarmonica solitaria. L’aspetto esoterico – o meglio, animista – della musica di Fursaxa si ritrova in pieno in “Lahe Deo”, sorta di evocazione panteista, dove le ritmiche tipiche dei canti di appartenenza di gruppi come gli Are Krisna vengono soppiantate da un organo in loop.

Uno dei punti più alti dell’intero lavoro è certamente “Donna Plumerae”, aperta e chiusa da un organo cosmico sulla cui linea si adagia la voce della Burke (che qui ricorda la Julee Cruise che cantava “Falling” sulle note di Angelo Badalamenti). Sei minuti dai quali è possibile estrarre il senso della musica proposta in quest’album: il nuovo folk per vivere ha bisogno di incontrarsi con la psichedelia, alla ricerca di una purezza universale che non ha bisogno di particolari orpelli e di ammennicoli vari. Una musica che non prevede tempi spezzati, ma un lungo, reiterato, flusso di coscienza, sia negli episodi più vicini al fluire psichedelico sia in quelli più direttamente riconducibili ad un’estetica folk, come “Firefly Refrain” ad esempio.

Chiude l’album il riverbero d’organo praticamente infinito di “Accordéon Quatre”, otto minuti che sembrano aspirare all’eternità, sguardo senza paura all’universo, notte stellata che ci sovrasta. La nuova scena folk statunitense – dei cui esponenti vale la pena citare Black Forest/Black Sea, The Espers, Kemialliset Istavat, Hala Strana – è alla ricerca di un punto d’incontro tra la fisicità della terra (il folk) e l’etereo flusso del cosmo (la psichedelia). Molto spesso Tara Burke a.k.a. Fursaxa dimostra di aver trovato le coordinate per raggiungere quel punto. Da applausi.

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