L’acclamato e sghembo “Alle basi della Roncola” dello scorso anno, che ha incantato MTV con il ritmo affascinatamente retrò di “Cenami il Cefalo”, ha finalmente un seguito. I Sakee Sed, duo composto da Marco Grezzi e Gianluca Perucchini, mostrano il biglietto da visita per il nuovo disco previsto sempre per quest’anno. “Bacco EP” è un anteprima decisamente interessante e molto distante dall’esordio, che accantona le atmosfere elargite dal pianoforte da saloon e si butta a capofitto nella condivisione di idee e colori con tutta la famiglia di musicisti che gravita attorno a questo insolito duo ultra creativo.
Sei brani che si aprono con il sax impazzito e la chitarra di Alfonso Surace dei torquemada nella travolgente “bacco” e proseguono con la delicatezza free alla Akron/Family di “c’è stato un party”, la slide guitar di “oggi”, il crescendo intenso, folle ed ipnotico di “repetita iuvant” fino alla conclusiva “tralaLaLa”, ninna nanna alla Devendra Banhart che si perde fra le pieghe di un vento leggero. L’attesa ora è sicuramente giustificata.
63/100
Se potessi ripercorrere in un attimo, nuotando controcorrente, le rapide di questo fiume oramai giunto al suo estuario, nella estrema fissità di questo mio prossimo viaggio nella noia orizzontale, sceglierei gli anni in cui la volta celeste non era altro che un enorme lenzuolo fatto a cielo e la luna una palla polverosa gettata nel vuoto e catturata con le unghie dall’egoismo del pianeta Terra. E noi, bimbi, cadevamo con essa per sempre, aggrappati in un infinto sprofondo gli uni agli altri, grazie a un gomitolo di lana nera. I grandi dimenticarono in fretta di avere un mondo con certe stelle enormi, sopra il capo, da osservare, mentre noi sacrificavamo la nostra noia migliore per costruire ponti sospesi nello spazio che ci allacciassero a un’agognata luna. La dipingemmo butterata e funesta, con maremoti sulla superficie di un ponto che non era mai tranquillo, ma tutta una schiuma fremente di gorghi e mostri marini. Nuovi esseri di ordinaria malinconia calpestavano un tappeto soffice come zucchero filato sparso su una teglia, in cui si radicavano piante cresciute dolci come torroni. Altre volte immaginammo un balzo da gigante come in mongolfiera, le tante mongolfiere tipiche di una domenica d’estate, un balzo che ci consentisse di fuggire all’avarizia terrestre e alle sue costrizioni. In anni in cui razzi enormi arrugginivano in volo, pensammo a uno sgangherato proiettile cavo sparato negli occhi della luna come nei film dei Meliès, in cui potessimo accovacciarci per il viaggio, assieme ai nostri migliori amici. Ma poi venne il tempo di un leggero disincanto, e, anche sognando a occhi aperti, non potevamo far altro che immaginarci tute e scafandri e missili scagliati a violentare qualche nuovo cielo. E poi, al ritorno, schivare incredibili uragani e tempeste, per posarci placidamente in un mare che ci accogliesse come un telo.
Eravamo certo molto giovani e molto felici e pensavamo, con rabbia, di non dover invecchiare mai.
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14 settembre 2010
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