Gold Pand e Civil Civic: concerto doppio al Monk di Roma
Francesco Melis
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Pare quasi una strana connessione quella che questo sabato legherà Gold Panda e i Civil Civic, che suoneranno al Monk di Roma per una serata organizzata da Manifesto, mini rassegna che ha debuttato all’inizio della scorsa primavera.
Quasi superfluo parlare dell’attesa attorno al live di Gold Panda in Italia (l’artista si esibirà anche l’11 al Dude Club di Milano), che porta in tour il suo ultimo disco “Good Luck and Do Your Best”, apprezzato da critica e pubblico. Un progetto che guarda all’elettronica ma cresce di album in album grazie a contaminazioni tra le più disparate.
Sarà anche l’occasione per rivedere dal vivo i Civil Civic, che tornano in Italia dopo la pubblicazione di “The Test”. Come in precedenza, i due musicisti australiani (da tempo in pianta stabile in Europa) continuano a mescolare con efficacia punk, new wave ed elettronici, dando spesso vita a un sound originale.
Se potessi ripercorrere in un attimo, nuotando controcorrente, le rapide di questo fiume oramai giunto al suo estuario, nella estrema fissità di questo mio prossimo viaggio nella noia orizzontale, sceglierei gli anni in cui la volta celeste non era altro che un enorme lenzuolo fatto a cielo e la luna una palla polverosa gettata nel vuoto e catturata con le unghie dall’egoismo del pianeta Terra. E noi, bimbi, cadevamo con essa per sempre, aggrappati in un infinto sprofondo gli uni agli altri, grazie a un gomitolo di lana nera. I grandi dimenticarono in fretta di avere un mondo con certe stelle enormi, sopra il capo, da osservare, mentre noi sacrificavamo la nostra noia migliore per costruire ponti sospesi nello spazio che ci allacciassero a un’agognata luna. La dipingemmo butterata e funesta, con maremoti sulla superficie di un ponto che non era mai tranquillo, ma tutta una schiuma fremente di gorghi e mostri marini. Nuovi esseri di ordinaria malinconia calpestavano un tappeto soffice come zucchero filato sparso su una teglia, in cui si radicavano piante cresciute dolci come torroni. Altre volte immaginammo un balzo da gigante come in mongolfiera, le tante mongolfiere tipiche di una domenica d’estate, un balzo che ci consentisse di fuggire all’avarizia terrestre e alle sue costrizioni. In anni in cui razzi enormi arrugginivano in volo, pensammo a uno sgangherato proiettile cavo sparato negli occhi della luna come nei film dei Meliès, in cui potessimo accovacciarci per il viaggio, assieme ai nostri migliori amici. Ma poi venne il tempo di un leggero disincanto, e, anche sognando a occhi aperti, non potevamo far altro che immaginarci tute e scafandri e missili scagliati a violentare qualche nuovo cielo. E poi, al ritorno, schivare incredibili uragani e tempeste, per posarci placidamente in un mare che ci accogliesse come un telo.
Eravamo certo molto giovani e molto felici e pensavamo, con rabbia, di non dover invecchiare mai.
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14 settembre 2010
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