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Con 30 anni di strada alle spalle, i Mogwai potrebbero ormai abitare una sorta di Olimpo in cui alcune band diventano statue intoccabili, eccessivamente venerate e un po’ distanti dall’umanità. Il chitarrista Stuart Braithwaite, però, parla come qualcuno che non ha nulla a che fare con quest’aura monumentale: è alla mano, ride facilmente, smonta ogni solennità in poche frasi e sembra prendere la propria opera molto meno sul serio di quanto faccia il resto del mondo.
Braithwaite parla di cose pesanti con la stessa naturalezza con cui ride dell’espressione scozzese che ha battezzato “The Bad Fire”, il più recente album della band (e, secondo Kalporz, partner di Scream & Yell, “un paradiso per le orecchie”). È un titolo che, da un lato, suona quasi comico per chi è cresciuto sentendolo come sinonimo di “inferno”, ma che porta con sé il peso di anni recenti segnati dalla malattia (la giovane figlia del tastierista Barry Burns è stata diagnosticata con un’anemia aplastica ed è dovuta passare attraverso un trapianto di midollo osseo e cicli di chemioterapia), tour rattoppati e un mondo in pieno collasso.
In realtà The Bad Fire è il secondo disco che il gruppo registra in mezzo alle turbolenze, considerando che il precedente, “As the Love Continues” (2021), che ha portato i Mogwai in cima alle classifiche, è nato in piena pandemia. Nonostante ciò, il significato di registrare un album in queste condizioni è stato, prima di tutto, il sollievo di tornare semplicemente a stare insieme in una stanza, con gli amplificatori accesi e le idee che circolano collettivamente.
Dopo una rapida tappa in Brasile per suonare (in versione ridotta) all’Índigo Festival di San Paolo, Stuart ha chiacchierato un po’ con Scream & Yell, prima di dirigersi a Rio de Janeiro per suonare al Circo Voador. Alternando umorismo secco e una franchezza disarmante nel guardare a questo momento delicato della band, ammette che dopo tanti anni e undici dischi è difficile suonare come qualcosa che non sia semplicemente “Mogwai”.
Tra i ricordi delle session con Steve Albini (che qui a Scream & Yell li ha definiti “tizi molto divertenti”), la certezza che gli errori e i “felici incidenti” siano ancora il cuore del loro modo di suonare e la difesa esplicita della Palestina su un palco festivaliero, Stuart parla di vulnerabilità, politica e della strana gioia di vedere i fan reinterpretare canzoni come Take Me Somewhere Nice in video, tatuaggi e micro-narrazioni sparse per internet. Qui di seguito, racconta il peso e la leggerezza dietro The Bad Fire, il posto dei Mogwai in un mondo “fottuto” e perché, nonostante tutto, valga ancora la pena continuare a fare rumore.
So che “Bad Fire” significa “inferno”. Diresti che il titolo riflette alcuni problemi personali e di salute che la band stava affrontando, o anche qualcosa di più grande, come lo stato folle del mondo di oggi?
A essere totalmente onesto, credo che ci sia sembrato semplicemente un titolo un po’ divertente (ride). Ma sì, abbiamo attraversato un periodo difficile, soprattutto Barry, la cui figlioletta era molto malata. E sì, il mondo è fottuto. Quindi immagino che il titolo funzioni su diversi livelli. Ma è anche solo una vecchia espressione scozzese per indicare l’inferno, “you’re going to the bad fire”. Quindi sì, alla fine aveva senso.
Un amico mi ha detto che, ascoltando il disco, ha avuto la sensazione che steste in qualche modo ripercorrendo la carriera della band…
Non esattamente… Credo che suoniamo da così tanto tempo che è difficile sembrare qualcosa di diverso da noi stessi. Capisco però il riferimento a Rock Action, perché è stato il primo album in cui abbiamo iniziato a usare il vocoder, e in quest’ultimo ce n’è parecchio. Ogni disco è una sorta di progressione, quindi è un po’ diverso, ma è naturale che si finisca anche per richiamare l’inizio della band.
So che la figlia di Barry ha avuto seri problemi di salute. Come sta ora?
Sta bene, sta benissimo! È una bambina sana. Ha vissuto solo un anno, un anno e mezzo molto spaventoso, perché ha passato tanto tempo in ospedale. Ma ora sta bene.
Come ha influenzato tutto questo il clima dell’album?
Ha reso difficile l’inizio delle registrazioni, perché Barry ha dovuto isolarsi dal resto della band. La famiglia ha dovuto vivere in una sorta di bolla. Abbiamo fatto un tour senza di lui e siamo andati in Australia, cosa che non accadeva da quando era entrato nel gruppo. Non era per niente l’ideale. Ma quando le cose si sono calmate ed è stato possibile suonare di nuovo insieme, è stato bellissimo tornare semplicemente a fare musica. È strano: questo è il secondo album in condizioni complicate, dopo quello fatto durante la pandemia. Due dischi consecutivi nati in circostanze caotiche, ma in entrambi i casi, quando siamo finalmente entrati in studio, è stato fantastico, perché eravamo solo felici di essere lì.
Riascoltate i vostri dischi una volta finiti?
Durante il processo sì, tantissimo, per l’ordine dei brani, il mix, il mastering. Ma quando l’album è finito, non hai più voglia di ascoltarlo. Anni dopo magari sì, se dobbiamo riprendere un pezzo dal vivo. Ma non ascolto spesso i nostri dischi per piacere.
Preferisci i grandi festival o i concerti vostri?
Entrambi possono essere fantastici o pessimi, dipende. Quello di ieri mi è piaciuto molto, il pubblico era davvero bello. Quest’anno abbiamo fatto più concerti nostri che festival, quindi è stato diverso, ma siamo contenti di essere stati invitati di nuovo.
Sul palco avevate la bandiera della Palestina. Quanto è importante per voi l’attivismo?
Ci sono molte idee pericolose che circolano oggi, molto razzismo. E in Palestina è in corso un genocidio. Magari il nostro gesto non cambia il mondo, ma se possiamo far sapere a quelle persone che qualcuno sta pensando a loro, crediamo sia importante.
Steve Albini disse di aver registrato più cose con voi oltre a “My Father, My King”…
No, credo di no. Era solo un brano. Molto lungo, ma uno solo.

I titoli delle vostre canzoni sono sempre curiosi. Come li scegliete?
Annotiamo cose stupide o divertenti. Spesso abbiamo più titoli che canzoni. Abbiamo già titoli per il prossimo album, ma non abbiamo ancora scritto nemmeno un brano.
Vi piacerebbe fare la colonna sonora di una commedia?
Sarebbe terribile! (ride) Preferirei farla piuttosto che non fare nulla, ma non credo succederà presto.
Gli “incidenti felici” contano ancora nella vostra musica?
Assolutamente sì. Amo gli errori. Alcune delle mie parti preferite sono nate così. Sono un anti-perfezionista. Forse anche troppo.
Cosa pensi dei video dei fan su YouTube, come quelli su “Take Me Somewhere Nice”?
Li trovo bellissimi. È una delle cose buone del mondo di oggi: le persone possono reinterpretare la musica come vogliono. Ho visto persino una tatuaggio tratto da uno di quei video, e la persona pensava fosse la copertina del nostro disco. Lo adoro. Mi piacciono queste cose strane.
Scream & Yell è uno dei primi siti di cultura pop in Brasile e uno dei più importanti della scena indipendente brasiliana.
Le ragioni della collaborazione tra Kalporz e Scream & Yell puoi leggerle qui.

