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Zappa il docu-film di Alex Winter, distribuito da Nexo digital (attualmente disponibile on demand noleggiando o acquistando il film su Amazon Prime e disponibile anche su piattaforme VOD – iTunes, scatola rossa, Google Play, FandangoNow, Vudu, Ottimale, Spettro, DirectTV), incentrata sul grande, ineguagliabile Frank Zappa, è stato ufficializzato come il primo film realizzato grazie a una consultazione completa degli innumerevoli materiali e i filmati dell’archivio privato della famiglia Zappa, quasi tutto riposto da Zappa stesso nel caveau che si era fatto costruire sotto la sua abitazione.
L’opera è arricchita dagli interventi della vedova di Zappa, Gail Zappa, e di molti dei suoi storici collaboratori musicali, tra cui Mike Keneally, Ian Underwood, Steve Vai, Pamela Des Barres, Bunk Gardner, David Harrington, Scott Thunes, Ruth Underwood, Ray White.
Ahmet Zappa, figlio di Frank, ne è certo:
«Il film offre uno sguardo ampio e intimo sulla sua vita, spesso utilizza proprio le sue parole. È incredibile quello che è riuscito a fare Alex. È il documentario definitivo»

Frank Vincent Zappa, morto per un cancro a soli 52 anni il 4 dicembre 1993 a Los Angeles, nato a Baltimora il 21 dicembre 1940 da Francesco Zappa, perito industriale italiano originario di Partinico, Palermo, e di Rose Marie Colimore, casalinga statunitense di origini francesi e italiane, è stato indubbiamente uno degli innovatori e agitatori propositivi del XX secolo.
Musicista straordinario (compositore, chitarrista, cantante, polistrumentista) amante delle contaminazioni tra generi, creativo a tutto tondo, insofferente alle abitudini e agli stereotipi legati alle sue origini italiane (pur dichiarate in brani folli quali Tengo ‘na minchia tanta, pubblicata nel doppio Uncle Meat – ed eseguito nell’omonimo film di Massimo Bassoli –, nello strumentale Questi cazzi di piccione, in The Yellow Shark, e in Dio fa, al Synclavier sul postumo Civilization Phaze III), è stato anche un movimentista ineguagliabile e una personalità carismatica (peccava a tratti di maschilismo?
Le sue figlie Moon Unit e Diva Zappa, hanno contribuito a smentire quest’accusa); forse oggi non è abbastanza conosciuto dal grande pubblico e dai giovani, ma potrebbe (e può) “ancora influenzare positivamente le nuove generazioni”.
Il docufilm di Winter ci mostra, in circa 2 ore di montaggio serrato, pieno di interessantissimi inediti, la parte intima e umana del musicista di Baltimora di origini italiane, genio e sregolatezza che – come ha indicato Gianluca Galletto su “Linkiesta” – è stato fortemente “impegnato per la libertà di espressione e contro l’ipocrisia religiosa, nemico del politicamente corretto” e amante delle iperboli e delle provocazioni, palesi in molte sue affermazioni:
“Non è necessario pensare che il mondo finisca nel fuoco o nel ghiaccio, ci sono due altre possibilità: la burocrazia e la nostalgia.”
“Se passi una vita noiosa e miserabile perché hai ascoltato tua madre, tuo padre, tua sorella, il tuo prete o qualche tizio in TV che ti diceva come farti gli affari tuoi, allora te lo meriti.”
“Informazione non è conoscenza, conoscenza non è saggezza, saggezza non è verità, verità non è bellezza, bellezza non è amore, amore non è musica. La musica è il meglio”.
Zappa è stato un avanguardista musicale, colto e ricercato: ad esempio, conosceva e adorava il francese naturalizzato statunitense Edgard Varèse, compositore rivoluzionario di musica contemporanea; è stato un gruppettaro che ha animato una scena e un formidabile animale da palcoscenico e improvvisatore: nel 1971, al mitico Fillmore East di New York, ad esempio, interagì alla grande con John Lennon e Yoko Ono che, senza preavviso, lo raggiunsero sul palco.
Più in generale, Frank Zappa è stato un caustico osservatore della vita, un attivista contro le censure, uno che diceva di voler diventare Presidente degli Stati Uniti (“Potrei mai far peggio di Ronald Reagan?!”) e uno spokesmen, pur non esente da contraddizioni (despota, irriverente, talvolta misogino, umorale, spregiudicato) e da strani connubi e incontri. Come quello con una giovane Claudia Cardinale e il geniale fotografo Richard Avedon.
L’attrice italiana (all’anagrafe Claude Joséphine Rose Cardinale: Tunisi, 1938) che negli anni Sessanta era all’apice della carriera e della fama anche internazionale e tra le interpreti più richieste in assoluto, nel 1967, è in California per girare il film “Piano, piano non t’agitare!” (Don’t Make Waves) diretto da Alexander Mackendrick, tratto dal romanzo Muscle Beach di Ira Wallach, con protagonista Tony Curtis e nel cast anche Sharon Tate.
In quel periodo l’attrice scopre le novità della musica rock americana, l’esistenza della cultura psichedelica, delle proteste studentesche e non solo; e visita il Laurel Canyon, l’ormai leggendario quartiere nella zona delle Hollywood Hills nella città Los Angeles, dove all’epoca viveva “la gente più pazza”, compreso proprio Frank Zappa; Claudia frequenta tata gente, amici musicisti, artisti e cineasti e sarà parte di una scena che farà storia.
La casualità di quelle frequentazioni e incontri, la sua notorietà e l’occasione cinematografica porteranno a quella sorta di ironico fotoromanzo Pop, con Zappa e targato Avedon, in cui tutti sono vestiti da motociclisti figli dei fiori, in una narrazione visiva e fashion dei nuovi tempi e venti della rivolta giovanile e dei costumi.
Il servizio fu pubblicato nel luglio 1967 in Italia dall’allora autorevole settimanale “Epoca”, ma con titolo e testi piuttosto puerili, oggi risibili, che mostrano quanto la redazione ignorasse chi fosse Zappa, etichettato, lui e i suoi – era lì con Elliot Ingber, chitarrista del suo gruppo, i Mothers – come semplici hippie!









E il peggio fu piegare il tutto verso qualcosa assolutamente non voluto né pensato da Avedon-Cardinale-Zappa: Claudia non “prendeva in giro l’America”, come recitava la rivista, men che meno, in quanto giovane ragazza evoluta e in quel caso eroina di un colorato underground, le “massaie trasandate”. No, proprio no, ma tant’è, così uscì in edicola il tutto.
Lo Shooting è comunque bellissimo, un piccolo cult, e contribuì in parte a far conoscere al vasto pubblico in Italia proprio Frank Zappa e i suoi, che avevano già prodotto il doppio album Freak Out! (il secondo album doppio della storia, destinato a rivoluzionare l’approccio musicale di molti e grande ispirazione anche per i Beatles”).
Una parte del servizio di Avedon sarà poi pubblicato altrove: sull’americana “Cavalier”, a ottobre, ma stavolta dimostrano ovviamente, già dal titolo – “Claudia Cardinale on the California pop circuit” – di conoscere bene il musicista e la sua band.





Altre riviste pubblicheranno queste immagini e se qualcuno ipotizzò una liaison tra i due giovani talenti, ebbene, in un’intervista per la spagnola “Interviu”, di J. Marcote, realizzata a Parigi un giorno prima dei concerti spagnoli a Barcellona e Madrid di Zappa (il 13 e il 14 marzo 1979), il musicista dirà:
“(…) Anche il Times di Londra mi ha chiesto di posare insieme a Claudia Cardinale per una fotografia”
Chiarendo:
“So che vorresti che ti raccontassi qualche vicenda post-fotografica, ma non c’è nulla che possa compromettere il buon nome di una Lady italiana”.


Le foto, le copie delle riviste – a ruba in ogni asta e vendita vintage – questa breve storia, che mette insieme tanti linguaggi e mondi, come quelli della Fotografia, della Moda, del Cinema, della Musica, dei Media, del Costume e persino della politica di quegli anni caldi, non solo favolosi, in cui anche in Italia l’underground, le trasgressioni alle regole precostituite, il ribellismo giovanile, le necessità e le richieste studentesche, i moti per i pari diritti e le pari opportunità, per la giustizia sociale, il Peace & Love nostrano, le istanze e le pratiche femministe e tanto di quel sommovimento etico ed estetico che ribolliva nelle piazze, nei concerti, nella musica e nelle arti, negli abiti e attraverso l’editoria indipendente, erano parte di grandi e fondamentali battaglie per un rinnovamento totale ed epocale. Il Sessantotto era proprio lì, dietro l’angolo.
ps.: un frammento zappiano era nella bella mostra sulle copertine dei dischi, Immaginari Rock nell’era del vinile, a Roma

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