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#throwbackthursday
#tbt
Due ragioni intrinsecamente legate alla base del #tbt: l’annuncio dei My Bloody Valentine in line-up per il Primavera Sound 2026; un vecchio articolo del nostro redattore previsto per oggi, Stefano Solaro, sul “lazy guitar-pop” dei Primitives (datato 15 Aprile 2021).
Coincidenza vuole che anche la band di Kevin Shields abbia qualcosa di lazy. Infatti il loro materiale del 1987 è uscito per l’omonima etichetta londinese fondata da Wayne Morris, manager dei…Primitives. Ma come, non erano solo due gli album dei MBV, Isn’t Anything e Loveless? Non esattamente. Il percorso per arrivarci è stato tortuoso: due mini album, due EP, tre singoli. Un repertorio mai eseguito live dopo il 1988 e tuttavia fondamentale visto che permette al mondo di incontrare, per non perderla più, Bilinda Butcher.
Uno scrittore di fantascienza al comando
Shields e il batterista Colm Ó Cíosóig costituiscono il nucleo originario dei My Bloody Valentine a Dublino: dopo infiniti avvicendamenti si definisce la lineup con il cantante David Conway, che trova il nome per il gruppo, e la fidanzata Tina alle tastiere. L’uscita di This Is Your Bloody Valentine (gennaio 1985) non ottiene il riscontro desiderato; trasferitisi in Olanda, i quattro suonano un punk dalle sfumature horror e debitore di Birthday Party e Cramps.
Una prima svolta si ha con l’ingresso di Debbie Googe al basso per Tina, dopo essersi rilocati a Londra. Cambiano attitudine dirigendosi verso i suoni noise-pop dei Jesus And Mary Chain; The New Record By My Bloody Valentine (settembre 1986) è decisivo, perchè prodotto da Joe Foster dei TV Personalities, poi braccio destro di Alan McGee alla Creation. Numero 22 delle indie charts. Eppure qualcosa non va: il cantante lamenta problemi gastrointestinali, non è d’accordo con la nuova direzione improntata da Shields e…vuole diventare scrittore. Pubblicherà negli anni novanta racconti horror, fumetti e un compendio di storie di fantascienza, Metal Sushi, che raccoglie il plauso della critica. Bene così, perchè…
Entra Bilinda: gli albori dello shoegaze in “Clair”
Dopo un ultimo singolo più jangle che dark con David Conway, “Sunny Sundae Smile”, Bilinda Butcher entra in veste di nuova cantante. Oltre a coadiuvarla al microfono, Shields le insegna a suonare la chitarra. E arriviamo a Ecstasy And Wine: mi inorgoglisce parlarne, dato che in versione cd è diventato introvabile. Unisce il singolo “Strawberry Wine”, transitorio ma contenente la fulminante “Never Say Goodbye” (ogni volta che suonano prego che passi loro per la testa di farla) all’ep “Ecstasy”, entrambi usciti su Lazy nel novembre ’87.
Il sound si impregna di rumore, con melodie che potremmo ricondurre ai R.E.M. degli esordi. Basso cavernoso e in evidenza in “(Please) Lose Yourself In Me”, un amore per i sixties in “She Loves You No Less”. Ma è un brano a emergere su tutto il resto, la traccia 8 del cd: in “Clair” ascoltiamo finalmente i vortici di chitarre, le rullate energiche e gli intrecci vocali che caratterizzeranno tutta la produzione successiva. A conferma di ciò, Kevin Shields racconta che durante un concerto, notando dei ragazzi giocare a biliardo e urlare ubriachi a fondo sala, suggerì alla band di produrre solo due note, del rumore bianco, per mezz’ora a volume stordente, prima di “Clair”. Diventerà la holocaust section di “You Made Me Realise”.
La band irlandese si era opposta alla pubblicazione (nel 1989) di Ecstasy And Wine. Ma è da lì che davvero nasce: appuntamento a Barcellona l’anno prossimo.

