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My Bloody Valentine @ 3Arena, Dublin, Nov. 22, 2025
Quando un anno fa sul website dei My Bloody Valentine comparve l’annuncio di un unico concerto a Dublino nell’autunno successivo, dopo sette anni di lontananza della band dai palchi, non si sapeva se quello sarebbe stato l’unico live del gruppo prima di un altro possibile lungo silenzio. Qualche mese dopo si sarebbe scoperto che, per fortuna, non si trattava di una sola data isolata: la band annunciò poi un pugno di show nel Regno Unito – Manchester, Londra e Glasgow, tutti previsti in questi giorni – che andavano ad aggiungersi a quello irlandese. Qualche settimana fa, inoltre, è stato annunciato il cartellone del Primavera Sound Festival di Barcellona del 2026, che vede gli MBV, che vi hanno già partecipato due volte, tra gli headliner. Subito dopo questi annunci è ritornata a montare la questione che ossessiona e che intriga qualsiasi fan della band angloirlandese: il quartetto ha pronto o no un nuovo album? La domanda dovrà ancora una volta rimanere inevasa poiché, a giudicare dalle primissime date della nuova tournée, in scaletta non compaiono inediti.
Dopotutto i tempi lunghi sono una costante per il quartetto: Kevin Shields, Bilinda Butcher, Debbie Googe e Colm Ó Cíosóig hanno aspettato ben ventidue anni per dare un seguito a Loveless, ma, considerata la qualità di m b v, è valso eccome la pena di attendere. Per quanto riguarda i concerti, invece, i MBV hanno cercato di rendere un po’ meno frustrati i loro seguaci: da quando nel 2008, infatti, hanno ripreso le attività dal vivo, che avevano sospeso dal 1992, sono saliti sul palco con una certa continuità, tenendo numerosi concerti nel 2008, nel 2009, nel 2013 e nel 2018. Quest’ultimo intervallo di sette anni abbondanti è stato dunque il più lungo senza eventi dal vivo da quando hanno ripreso a lavorare insieme: la curiosità del pubblico era per questo motivo particolarmente calda e tesa. Totalmente a sorpresa la band si era esibita in concerto il 19/11 sempre a Dublino, tre giorni prima della data di apertura ufficiale del loro tour alla 3Arena, per uno show al National Stadium, un locale della capitale irlandese, davanti a duemila spettatori che erano riusciti ad accaparrarsi un biglietto nelle due giornate precedenti.
A questo punto è inevitabile aprire una breve parentesi che incrocia questo evento con la mia traiettoria personale. Penso di aver vissuto in questo periodo preciso una delle rare settimane perfette – artisticamente parlando – della vita, potendo vedere dal vivo nel giro di sette giorni precisi tre delle mie band preferite di tutti i tempi: ho assistito al concerto degli Spiritualized al Teatro Regio di Parma il 15/11, all’interno della sempre stimolante cornice del Barezzi Festival; ho poi visto i Radiohead nell’ultimo dei loro quattro concerti all’Unipol Arena di Bologna il 18/11; ho preso infine parte allo show dei My Bloody Valentine alla 3Arena di Dublino il 22/11, il primo vero e proprio concerto della band se si eccettua la performance “warm up”, di cui sopra, tenutasi sempre a Dublino qualche giorno prima.
Quando un paio di mesi fa iniziavo a organizzare questa schedule quasi non riuscivo a credere che avrei visto per la prima volta gli Spiritualized e per la seconda volta due band “della vita” come Radiohead e MBV in sette giorni esatti e temevo che qualcosa – un imprevisto, un malanno, un impegno dell’ultimo istante dal quale non sarei riuscito a smarcarmi – potesse essermi d’ostacolo. Ora che questo mio personale mini-tour è alle spalle posso dire che è stato sensazionale, un breve frammento di vita che non dimenticherò mai.

Ogni show dei MBV non delude mai le aspettative. È un percorso sonoro allucinato e allucinogeno che fonde, culla e confonde lo spettatore in una nebbia astrale e pulviscolare dalla caratura e dalla magnificenza sontuose: sono i MBV che conosciamo, quelli che non cambiano perché proprio così riescono in realtà a cambiare ogni volta, rendendo ogni loro performance indimenticabile e unica. Una delle domande più insistenti tra i seguaci del gruppo nelle settimane che hanno preceduto l’inizio di questo nuovo tour era quali brani il gruppo avrebbe scelto di includere nelle scalette, e anche io, come tutti, me lo chiedevo.
La setlist del warm up show del 19/11 ci aveva dato indicazioni importanti al riguardo, mostrando una continuità magistrale con le scelte del gruppo nei tour precedenti. La scaletta, infatti, è pressoché identica a quella degli show del 2018 e del 2013 salvo per poche eccezioni. Tra le piccole differenze notiamo che nel 2018 era stata eseguita “What You Want”, inclusa in Loveless, che la band non aveva mai suonato live prima di allora e che al momento non è presente nelle nuove performance. Sempre nei set del 2018 erano comparsi un paio di brani inediti di cui non si conosce il titolo, anche questi assenti nei recenti live. A spiazzare tutti in questi nuovi show è stata la comparsa in scaletta, totalmente imprevedibile, di “Off Your Face”, pezzo incluso nell’EP Glider del 1990 che il gruppo non aveva mai eseguito in concerto. In ogni caso, come si diceva sopra, qualsiasi concerto dei MBV è sempre un unicum, e il fatto che le loro scalette siano pressoché identiche dal 2013 a oggi è il modo migliore per il gruppo di dimostrare quanto si può essere ogni volta diversi mantenendo scelte chiare e costanti.
Ho avuto modo di constatare ciò sulla mia pelle, io che avevo già visto la band in concerto all’Estragon di Bologna il 27/05/2013 e che ho provato qui a Dublino le stesse sensazioni di allora, quel misto di stupore e di entusiasmo che si prova quando si entra in un tunnel analgesico che ti sballotta a destra e a sinistra tra momenti delicati e passaggi aggressivi e violenti senza che ci sia mai davvero il tempo di comprendere dove ci si trovi con precisione. Quasi tutti portiamo alle orecchie dei tappi, sia io che sono in prima fila sia chi è più indietro o è sugli spalti, tappi forniti anche all’ingresso della venue dallo staff. La potenza sonora della band, infatti, ti investe dalla testa ai piedi sin dal primo istante, avvolgendoti in un turbine di meraviglia e di tensione, quasi inglobandoti in una capsula spazio-temporale e dandoci conferma che sono ancora loro la band che “produce” più decibel al mondo. Basterebbero queste poche righe per descrivere la maestosità del gruppo e la perfezione dello show della 3Arena di due sere fa. Tuttavia, per il senso di pienezza che la serata mi ha lasciato – e, se vogliamo, anche per vizio -, mi concederò a qualche riflessione in più.
Descrivere lo show, come si diceva sopra, significherebbe banalizzarlo, ma proverò a comportarmi da discreto cronista e a parlarne con lucidità e con precisione. Alle 19:45 ha aperto l’evento Maria Somerville, giovane cantautrice originaria di Galway che quest’anno ha pubblicato il suo secondo LP, Luster, un tripudio di dream-pop, ambient e shoegaze tagliato sottilmente da feedback e da distorsioni di chitarre travolgenti in cui flash dolci e seducenti si alternano a scariche di elettricità veementi. Dal vivo, accompagnata da un bassista e da un batterista, riesce a ricreare quelle intricate atmosfere, che portano con sé le tracce dei MBV stessi, degli Slowdive e dei Cocteau Twins, con venature, però, ancora più dark e gotiche: il suo set di quaranta minuti circa è riuscito a convincere il pubblico, particolarmente caloroso nei suoi confronti.

Alle 21:00 salgono sul palco, puntualissimi, i My Bloody Valentine. Kevin, Bilinda, Colm e Debbie entrano uno dopo l’altro, con qualche cenno di saluto nei confronti del pubblico e con il volto concentrato e convinto ma niente affatto teso. Shields è nella parte sinistra del palco e indossa per tutta la serata un cappello da cui spuntano i boccoli della sua chioma grigia. Bilinda, invece, è nella zona destra e ha un abito dorato a paillettes, in contrasto coi pantaloni neri, che in qualche modo dialoga con le luci fiammeggianti e acceccanti che circondano il gruppo, spesso avvolto in una trapunta di fasci di fari che potenzia il mistero della loro musica. Debbie e Colm, quasi al centro del palco, sembrano in perenne dialogo, continuamente oscillanti, seguendo il ritmo primitivo e sfiancante dei pezzi. Ad affiancare il quartetto per la maggior parte dello spettacolo c’è Jen Macro, con il gruppo dal 2013, alle tastiere e all’occorrenza alla terza chitarra.
Il genio chitarristico di Kevin Shields splende leggiadro di fronte ai miei occhi per un’ora e quaranta: ingegnere geniale della stratificazione sonora del gruppo, sembra esistere in una sorta di intermundia in cui niente e nessuno può scalfirlo. Il “professore pazzo” di questo suono febbrile è tutto rivolto alla sua chitarra, ai suoi pedali e ai suoi amplificatori, ringrazia un paio di volte il pubblico ed è talmente immerso e preciso in quello che fa che non necessita praticamente mai di comunicare con il resto del gruppo. Dedica lo show a Mani, il bassista degli Stone Roses e dei Primal Scream nonché suo amico scomparso pochi giorni fa. Decreta la conclusione di un brano con un gesto delle mani, come il direttore d’orchestra di una macchina da guerra perfetta. Nella parte destra del palco, intanto, le contorsioni ritmiche e vocali di Bilinda Butcher sono imperscrutabili ed elegantissime e si smaterializzano di fronte ai nostri occhi fondendosi alla voce baritonale di Shields e alle vibrazioni musicali e ritmiche degli altri strumenti.
Nel corso della serata Shields cambia una decina di chitarre, sempre posizionato sul lato destro del palco, concentratissimo, mentalmente “precipitato” nei loop, nelle sferzate e nelle pennate dei suoi strumenti; a pochi metri di distanza da lui, alle sue spalle, tre pile di amplificatori – alcuni HiWatt, altri Marshall – di differente altezza; di tanto in tanto, tra un pezzo e l’altro o durante un brano, si avvicina a essi, modifica, poi, qualcosa nei suoi pedali, circonda se stesso, il palco e il palazzetto intero di un’aura sciamanica e mistica. Anche Bilinda cambia diverse chitarre. Interpreta i brani con tenacia e con grazia, mantenendo per quasi tutta la serata un sorriso di gratitudine nei confronti del pubblico e, in qualche modo, anche della propria arte.
Lo staff nei pressi del palco era molto attento e stringente e, soprattutto per noi che eravamo nelle prime due file sotto il palco, è stato pressoché impossibile filmare parti dello spettacolo e persino scattare foto, a quanto pare per una richiesta diretta della band. Chi era leggermente più indietro nel parterre o era seduto sulle gradinate ha potuto, invece, filmare diverse parti dello show, già reperibili su YouTube. Qualcuno sulle gradinate è riuscito addirittura a filmare l’intera performance e ha provveduto a caricarla sul web.

Lo show prende il via con “I Only Said” e “When You Sleep”, l’accoppiata perfetta con cui hanno inizio quasi tutti i concerti del gruppo dal 1991 a oggi, che colpisce e stordisce immediatamente il pubblico, subito catapultato in un universo onirico e rarefatto di illusioni, di speranze e di incubi. Nuotano in un magma incandescente e oscuro i brani tratti da m b v: “New You”, terzo in scaletta, è un sasso lanciato in un lago che porta con sé vibrazioni e onde sapientemente controllate; “Only Tomorrow”, qualche pezzo dopo, agguanta il pubblico con forza; “Who Sees You”, nella seconda metà, e “Wonder 2”, verso il finale, contribuiscono a rendere l’ultima parte dello show un viaggio intricato e difficile nel proprio subconscio.
Da Loveless ci sono anche altri capisaldi dei live della band: “Come In Alone” è una sinfonia dolcissima che anche dal vivo scuote e cattura; la martellante “Only Shallow” non concede respiro; “To Here Knows When” galleggia magnifica in una sorta di brodo primordiale; “Soon” è un’esplosione di energia e di stratificazioni chitarristiche e vocali sinuose, con basso e batteria a rimarcarne l’originalità ritmica che l’avvicina alla musica jungle e all’elettronica dei ’90s. Risplendono anche “Honey Power”, dall’EP Tremolo, che ammicca e seduce, e la già citata “Off Your Face”, che corre come un treno guidata dalle trapanate chitarristiche di Shields, dal basso incalzante di Googe, dalle variazioni percussive di Ó Cíosóig e da una performance vocale stratosferica di Butcher e di Shields stesso.

Non possono mancare, chiaramente, quei brani del disco d’esordio Isn’t Anything che i MBV suonano quasi sempre dal vivo, vale a dire “You Never Should”, “Nothing Much to Lose” e “Feed Me with Your Kiss”, penultima nella setlist, ad anticipare l’esplosione bulimica e disforica di “You Made Me Realise”, posta a conclusione della serata. Ci sono anche le quattro tracce provenienti dall’EP You Made Me Realise che vengono eseguite sempre dal gruppo, vale a dire “Cigarette in Your Bed”, “Thorn”, “Slow” e la sensazionale “You Made Me Realise”, come al solito performate splendidamente. Il muro del suono centrale, la cosiddetta “Holocaust Section”, di “You Made Me Realise”, brano che stasera raggiunge in totale gli otto minuti di durata, è un portento di ingegneria sonora vissuta con una fisicità e con una dedizione uniche dal gruppo. Dopo questo inferno magistrale il brano ritorna nel suo tracciato per concludersi, insieme allo show stesso, poco dopo.
Dopo lo spettacolo, come sempre accade con gruppi enormi come questo, gratitudine, emozione e sorpresa si amalgamano sul viso degli spettatori. Tutto è stato perfetto, così conosciuto e al tempo stesso così inspiegabilmente diverso, un’esperienza unica e irripetibile fatta di suoni e di beat sovrapposti, levigati, liquefatti, lasciati scappare per essere poi riacciuffati, una serie di panorami musicali che, nella diversità e nell’unicità di ciascun episodio, finiscono per tramutarsi in una sola, grande sinfonia, una da cui non vorresti mai davvero allontanarti.

(Live report e foto di Samuele Conficoni)
