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I Suede sono sulla cresta dell’onda: lo scorso 5 settembre è uscito il loro ultimo album “Antidepressants” per BMG (in arrivo a breve la recensione), mentre è di pochi giorni fa l’annuncio del live al Fabrique di Milano, in programma venerdì 27 marzo 2026. Si imponeva stilare una #top7 per fissare qualche punto fermo della loro carriera, magari a favore di chi non li conosce appieno.
7. “The Only Way I Can Love You”
(da “Autofiction”, 2022)
Bisogna riconoscere che è stato difficile stilare la nostra top 7, essendo il materiale della “seconda vita” dei Suede valido quanto quello degli anni novanta: brani come “Hit Me”, “Outsiders” o “Life Is Golden” potrebbero rientrare tra i migliori di qualsiasi altro gruppo rock britannico. Eppure la bellezza che regalano gli ultimi due lavori, pubblicati a cavallo tra lockdown e guerre di cui non si vede la fine, io non l’avevo ancora trovata. Le canzoni diventano il sangue stesso che galoppa nelle vene, parlando di attaccamento alla vita, importanza del futuro e…sì, debolezza umana. Le fragilità del quotidiano che una volta riconosciute ci farebbero stare meglio. Esagero: garantirebbero la pace nel mondo. “The Only Way I Can Love You”, traccia numero quattro di Autofiction, nei suoi splendidi quattro minuti di catarsi e lacrime, riassume tutti questi sentimenti: “I pretend I don’t adore you, but I’d take a bullet for you/Yes, it’s a sweet and bitter love”; “ti amerò per come sono capace di farlo”, non sono un eroe sul lavoro, l’idolo dei social, un politico con in mano il destino del mondo. Ho i miei limiti, che sono la mia forza. Oggi l’arte e la musica respirano in una canzone come questa. (Matteo Maioli)
6. “Barriers”
(da “Bloodsports”, 2013)
“Barriers” è il primo singolo del secondo tempo della carriera dei Suede dopo lo hiatus durato 11 anni, nonché brano di apertura di “Bloodsports”. È un inno di ritorno, epico, trionfale. Per questo è così importante. È una canzone che parla di “saltare oltre le barriere” perché probabilmente i Suede avevano bisogno di ributtarsi di nuovo nella mischia con un pezzo del genere che in quanto a sfarzo non ha nulla da invidiare a canzoni come “Where The Street Have No Name” degli U2. Con un comeback del genere, la band non poteva che avere una luminosa rinascita. (Paolo Bardelli)
5. “Trance State”
(da “Antidepressants”, 2025)
Come ha detto il Maioli qui sopra, negli ultimi due album i Suede si sono davvero superati, raggiungendo una qualità e chiarezza espressiva che molte band della loro epoca non hanno più: o sono ancora lì sedute sugli allori che fanno tour promozionali senza dischi in uscita (Oasis e Radiohead, il riferimento era fin troppo facile) oppure continuano a buttare fuori robe senza troppe idee (Manic Street Preachers?). I Suede invece hanno imboccato una via nuova per loro, quella di suoni più cupi del solito e tendenti al post punk dei Joy Division, e questa “Trance State” ne è un esempio plastico. Una canzone che parla di alienazione, farmaci e sopravvivenza emotiva viene sorretta da un basso talmente bello che potrebbe essere suonato da Simon Gallup. Che perfezione stilistica, ragazzi! (Paolo Bardelli)
4. “Pantomine Horse”
(da “Suede, 1993)
“Pantomime Horse” è uno dei momenti più intensi dell’album con cui i Suede si sono presentati al mondo. Il britpop patinato di glam dei primi minuti cede improvvisamente il passo a una ballata che è metafora di fragilità, è confessione di un’identità costruita, incerta, è il racconto di un risveglio (sessuale) che provoca la caduta di una maschera. È anche il secondo brano più lungo dell’album (dopo “Breakdown”), probabilmente il meno immediato: un umore tormentato permea l’incedere lento di un sound dai tratti goth, il cantato di Brett Anderson è sospeso tra falsetti, sussurri e la sensazione di un lamento che potrebbe sfociare in pianto; la chitarra di Bernard Butler dilata i suoni e li distorce con dolcezza, e in quelle stratificazioni si scorge l’ombra di un crescendo di stampo quasi orchestrale che culmina con la domanda-mantra “Have you ever tried it that way?”. I londinesi cedono al loro lato più cupo e vulnerabile, regalandoci una parentesi affascinante come poche nella loro discografia. (Piergiuseppe Lippolis)
3. “The Wild Ones”
(da “Dog Man Star”, 1994)
Il duo delle meraviglie Anderson/Butler durò solo due album, l’esordio e questo “Dog Man Star”, e nemmeno in maniera completa (Butler se ne andò che non ancora tutto il disco era finito). Di questa seconda, amatissima prova dei nostri uno dei pezzi più iconici e languidi è questa “The Wild Ones”, che – guarda caso – parla proprio di una separazione, ma di quelle tra amanti e non tra compagni di band.
And oh, if you stay
I’ll chase the rain-blown fields away
We’ll shine like the morning and sin in the sun
È un brano evocativo suonato come su Marte, mentre l’interpretazione di Anderson si ispira a Scott Walker, Edith Piaf, Frank Sinatra e Jacques Brel”, “persone con la gamma emotiva e musicale necessaria per trasformare una canzone in un dramma. Questo è ciò che volevo per “The Wild Ones” : che fosse un pezzo senza tempo di bellezza melodica con cui le persone si sposassero e condividessero i loro primi baci“. Una versione di questa canzone pubblicata successivamente dimostra chiaramente le differenze di vedute di arrangiamento tra i due, e così potete decidere voi se preferite l’originale o la variante con i quattro minuti di assolo (!) di Butler. (Paolo Bardelli)
2. “Animal Nitrate”
(da “Suede”, 1993)
I Suede debuttano discograficamente tra il 1992 e il 1993 con una serie di singoli micidiali, di cui “Animal Nitrate” rappresenta senza dubbio l’apice. Il cantato melodico e febbrile di Brett Anderson attinge a piene mani da Bowie e dalla new wave, mentre la chitarra di Bernard Butler mette a segno uno dei riff più memorabili degli anni ’90: cromatico, affilato e al tempo stesso irresistibilmente catchy. E pensare che l’ispirazione dichiarata dal chitarrista proveniva da un’innocua sigla televisiva inglese degli anni ’70 a base di clarinetto, trasformata qui in un tema torbido e peccaminoso. Perché il pezzo, tra allusioni a sesso e droga e le atmosfere suburbane del videoclip, ci trascina in stanze di periferia londinese dove immaginiamo ogni sorta di depravazione e desiderio represso. Il risultato è un brano folgorante, manifesto della loro estetica decadente, destinato a rimanere per sempre tra le vette assolute della band britannica. (Saverio Paiella)
1. “Beautiful Ones”
(da “Coming Up”, 1996)
“Beautiful Ones”, che per il me danzereccio (e alticcio) avrà sempre il The davanti, è il decimo singolo dei Suede e il loro terzo – insieme a “Stay Together” e “Trash” – a finire nella top ten inglese. Non cito questi altri brani a caso, ma per evidenziare il cambio di strategia che in Coming Up del 1996 si fa necessario: melodie accattivanti, volte a far breccia nelle radio e nelle classifiche, introdotte da riff più semplici, dovuti all’ingresso in formazione del chitarrista Richard Oakes, il sostituto di Bernard Butler, ai tempi nemmeno ventenne. L’affinità tra i due risiede solo nel taglio di capelli: prima donna Bernard, onesto gregario ma di talento il secondo. “Beautiful Ones” diventa la hit per antonomasia del gruppo londinese, fondendo il tiro glam dei T.Rex con il magnetismo di David Bowie; quoto Ricky Jones di Clash Magazine che la descrive come “a jangly masterpiece with one of the most melancholic sing-a-long choruses Britpop would ever produce” ed è proprio così, la chitarra suona tanto Johnny Marr quanto Mick Ronson. Trent’anni sulle spalle, portati magnificamente, di un inno alla giovinezza. (Matteo Maioli)

