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In occasione dell’uscita del documentario “It’s Never Over”, la redazione di Kalporz ha deciso di analizzare “Sketches for My Sweetheart the Drunk” canzone per canzone (solo il disco 1). Ecco qui una breve introduzione e poi i contributi parcellizzati come avevamo fatto già per “Grace”.
Una volta visitai la National Gallery mi trovai davanti la Vergine delle Rocce di Leonardo da Vinci, una versione sostanzialmente incompiuta o comunque una prova per un altro quadro identico che è invece custodito al Louvre. In effetti se si confrontano i due lo si comprende facilmente: uno è finito e l’altro no. Ecco, per molti anni questa sensazione l’ho provata ascoltando “Sketches for My Sweetheart the Drunk”, considerandolo l’album ‘incompiuto’ di Jeff Buckley. Certo, non abbiamo una ‘versione Louvre’ di “My Sweetheart the Drunk” per fare il confronto, ma la grandezza e complessità di “Grace” ci induce a pensare che “My Sweetheart the Drunk” sarebbe stato altrettanto curato e preciso in tutte le sue sfumature ed orpelli. Oggi, stranamente (com’è singolare il trascorrere del tempo), invece ritengo che a My Sweetheart the Drunk dovrebbero togliere quel suffisso: “Sketches for”. Non sono provini, è il vero album. È così che doveva andare. È già un miracolo poterlo ascoltare in questa forma essenziale, e forse così è ancora più distinto ancorché grezzo. Jeff in effetti non ne era contento, e voleva rifare queste registrazioni (ad opera di Tom Verlaine) che erano state effettuate nell’estate ’96 a New York e poi a Memphis nel febbraio ’97 e che avrebbero dovuto continuare a maggio (ma sappiamo tutti com’è andata). Lui non ne era soddisfatto ma noi sì, lo siamo (quantomeno del disco 1). E siccome le opere, una volta che escono dalla creatività dell’autore, non appartengono più a lui ma a noi, ecco che questo che ascoltiamo – per noi – è il vero My Sweetheart the Drunk. Forse dal disco 2, che realmente è per molte parti sotto la soglia di pubblicabilità essendo prove casalinghe e solinghe di Jeff con un 4 piste, sarebbero state aggiunte canzoni (meravigliosa è la bellezza in nuce “I Know We Could Be So Happy Baby (If We Wanted To Be)”) o tolte altre, ma – in fondo – cosa ci importa? Questo mondo ha conosciuto la bellezza ultraterrena della musica di Jeff Buckley, e noi con lui, e “Grace” e “My Sweetheart the Drunk” ne sono la testimonianza. Per fortuna che ci sono. Entrambi.
(Paolo Bardelli)

“The Sky Is A Landfill”
Da tanto tempo non riprendevo in mano Jeff Buckley. Troppo, e me ne dispiaccio. Ma mi sembrava naturale partecipare a un articolo collettivo dedicato a Sweetheart The Drunk, il dopo Grace che non è stato, che voleva essere qualcosa di diverso, ma che conobbi in realtà allo stesso momento grazie al video in heavy rotation su MTV di “Everybody Here Wants You” featuring la timida ragazza “da instant crush” in aeroporto. In quel 1998 si trovava una fonoteca nella mia città natale, Bellaria, dove poter prendere a prestito entrambi i cd: se Grace si scolpisce nella memoria con brani immortali, Sweetheart, o meglio Sketches, appare inafferrabile e necessario di una maggiore consapevolezza (e esperienza di ascolti). Tuttavia il pezzo di apertura “The Sky Is A Landfill” era già riuscito a farsi breccia nel me adolescente, che cercava un’alternativa ai Beatles e al britpop nel punk e nei Nirvana. Le chitarre di Jeff e Michael Tighe che si rincorrono, il piano/forte ad alternarsi in versi straordinariamente premonitori, “Turn Your Head Away From The Screen, Oh People, It Will Tell You Nothing More” o nelle immagini di un cielo come una discarica e in preda alle forze maligne. Ritengo che lo stesso Jeff l’avrebbe tenuta come opener del disco da registrarsi di nuovo con Andy Wallace, perché già così è una grandissima canzone. Figuriamoci live.
(Matteo Maioli)
“Everybody Here Wants You”
Il mondo, talvolta è una TDK 90. Il preambolo musicale a un fine settimana speciale insieme ad A., come solo i vent’anni sanno cucinare con spezie leggere e promesse infinite.
A. era una di quelle figure che non si limitano a passeggiare nella tua vita, ma vi costruiscono stanze, vi aprono finestre. È stato il grande amore, un architetto dell’anima. Un educatore sentimentale, certo, ma anche musicale, letterario, cinematografico. Con lui, il mondo si dilatava, assumeva sfumature inedite. Jeff Buckley, ad esempio, non era un nome su una lista, ma una presenza quasi eterea. A. non imponeva, suggeriva. Con quella levità che era il suo marchio di fabbrica. La mia cultura musicale, all’epoca, era un piccolo giardino recintato. A. ne spalancò i cancelli, vi piantò semi sconosciuti.
“EHWY”. Ammetto di non averla capita subito. Non in quel fine settimana immerso nella nebbia dorata dell’amore. Il cuore dolente che vibrava dietro quella voce, le crepe nelle parole, che Buckley scolpiva nell’aria, mi sfuggivano. Ero presente, ma non in ascolto. Non in quel modo profondo, viscerale, che certa musica esige.
Un paio di anni dopo, come capita alle cose lasciate in sospeso, trovai la TDK. Era in uno scatolone, uno dei tanti che si trascinavano dietro quegli anni, che di facile non avevano avuto niente. E quando Buckley attaccò a cantare di “sorrisi splendenti e canterini” e di un “amore che avrebbe spazzato via tutto”, allora sì, allora capii. Non era una voce e basta. Quella voce, era proprio quel mondo dentro.
(Vanessa Giulieri)
“Opened Once”
Così come in “Grace”, anche in “My Sweetheart the Drunk” ci sono un paio di ballate realmente strazianti: una è “Morning Theft” e l’altra è questa “Opened Once”. Solo chitarra e voce, il brano si potrebbe definire depresso ma nel ritornello ha un’apertura in maggiore, e vive del contrasto che esso stesso canta (si parla di “penombra“). Come spesso accade, Jeff canta probabilmente di una coppia che scoppia, e la frase con cui lo dichiara è di una poetica travolgente:
We are the smile of light that brings the rain
Non c’è nessuna speranza, un sorriso si trasforma in pioggia (di lacrime?), e alla fine Jeff è un “un binario abbandonato / Con il tramonto che dimentica che io sia mai esistito”
I am a rail road track abandoned
With the sunset forgetting I ever happened
That I ever happened
Una chiusa tremenda ma noi abbiamo una bella notizia per Jeff: ci ricordiamo benissimo di lui e nessun tramonto lo ha dimenticato. Semmai, i tramonti hanno bisogno di canzoni come questa.
(Paolo Bardelli)
“Nightmares By The Sea”
Chissà quante volte una donna si è chiesta cosa diavolo passasse nella testa di Jeff Buckley, probabilmente abbastanza perché lui provasse per una volta a mettersi nei loro panni nell’enigmatico testo di “Nightmares By The Sea”. Testo scritto infatti dal punto di una Lei che cerca di immaginare “i pensieri in bottiglia dei giovani uomini arrabbiati” e ne viene affascinata, quanto anche intimorita. Un testo in sé oscuro e romantico al tempo stesso, persino ironico quando lei definisce il proprio amato “rube”, uno slang che in italiano tradurremmo liberamente come “burino”. Il brano è presente sia nella versione prodotta da Verlaine, sia nel mix originale nel secondo CD, e se la prima ha tutto il sapore di chitarre oscure e minacciose del suo produttore, la seconda, con il suo suono più lo-fi è più “live” e diretto, assume un tono decisamente meno teso. In ogni caso è sicuramente uno dei brani del disco che mantiene un taglio e un “mood” più in continuità con quello di “Grace”, con una interpretazione vocale molto “di pancia” e poco virtuosistica che lo rende uno dei brani che preferisco della raccolta.
(Nicola Gervasini)
“Yard Of Blonde Girls”
“È nel tuo cuore, è nella tua arte, nella tua bellezza. Anche in questo mondo di bugie, c’è purezza. Hai l’innocenza negli occhi. Anche in questo mondo di bugie, sei ancora pieno di speranza.”
Questi versi furono aggiunti al brano (originariamente concepito dal duo americano Pendulum Floors) da Inger Lorre, leader delle Nymphs, e furono dedicati proprio a Jeff Buckley (a quanto pare senza che lui lo sapesse). Tra Inger e Jeff c’era una bellissima e profonda amicizia. Jeff si innamorò del brano e decise di inserirlo nel suo repertorio.
Il pezzo si discosta leggermente dalle atmosfere classiche delle canzoni di Buckley, assumendo un piglio più grunge: potrebbe quasi sembrare una b-side dei Nirvana, con il suo alternarsi di strofe più morbide e ritornelli distorti. Il testo, crudo e visionario, sebbene piuttosto criptico, sembra affrontare temi di colpa, desiderio e perdizione, con immagini forti che evocano una relazione tossica ma, nella versione di Lorre, anche la ricerca di purezza in un mondo corrotto.
Nonostante la sua semplicità, il brano raggiunge vertici di intensità notevoli. Lorre pubblicherà la sua versione, dal sapore più psichedelico, solo nel 1999 all’interno del suo album solista “Transcendental Medication”. Altre versioni del brano verranno proposte negli anni anche da altri artisti tra cui Micah P. Hinson e gli Incubus.
(Saverio Paiella)

“Witches’ Rave”
“Witches’ Rave” è la rappresentazione della seduzione femminile nei suoi aspetti più irresistibili e sconvolgenti. Come il canto delle sirene di Ulisse da cui è impossibile prendere le distanze, così Jeff parla di un amore ipnotico e allo stesso tempo distruttivo. L’attrazione è qualcosa di magico, ma ha più a che fare con la stregoneria e l’incantesimo che con il sentimento romantico. Il testo sembra suggerire, tra le righe, il ricordo di un tradimento — forse ai danni di un amico — accompagnato da un malcelato senso di colpa. ll brano si costruisce su un ritmo tribale trascinante della batteria sulla quale serpeggiano riff di chitarra dal suono particolarmente ben reso grazie anche alla produzione curata dall’ex-Television Tom Verlaine. La voce di Buckley, come sempre, non delude: si muove con naturalezza tra toni soul e falsetti, evocando melodie suggestive che ne confermano il talento unico. Le somiglianze con Paul McCartney solista e gli XTC sono percepibili nel sound complessivo del brano. Con il suo ritornello accattivante e l’impatto immediato, “Witches’ Rave” avrebbe potuto funzionare bene come singolo. È una di quelle canzoni che restano in testa e che, pur mantenendo la raffinatezza tipica di Buckley, catturano e affascinano l’ascoltatore, in un incantesimo anche questo impossibile da sciogliere.
(Eulalia Cambria)
“New Year’s Prayer”
Non so perché, anzi lo so, ma finisco quasi sempre ad ascoltare “Sketches…” verso Capodanno. È che fu l’album che accompagnò i miei ultimi, un po’ malinconici, giorni del 1998, a Siena. E quell’atmosfera sospesa di tempesta imminente o pericolo incombente mi è rimasta cucita nell’anima e la ritrovo tutti gli anni in quelle giornate, quando siamo sormontati dall’incertezza di quello che ci porterà l’anno successivo.
In questo sentore generale dell’album, intriso di essenzialità chirurgica, “New Year’s Prayer” è, guarda caso, proprio una preghiera di Capodanno. Un andamento sinuoso di psichedelia come se Toro Seduto ti avesse accolto nella sua tenda e somministrato un trip in un mix quasi definitivo (dice il mio amico Maioli) tra Doors e i successivi Radiohead.
“Feel no shame for what you are”: non male come augurio per l’anno che viene. Devo ricordarmelo la prossima volta.
(Paolo Bardelli)
“Morning Theft”
“Morning Theft” rappresenta una delle vette poetiche di Jeff Buckley successive a Grace: un’amicizia sfocia quasi spontaneamente in amore, una relazione che è destinata poi a naufragare e a distruggere un rapporto che sembrava speciale e impossibile da scalfire. «I had to send it away / To bring us back again», ripete Jeff, accompagnato soltanto dalla sua chitarra elettrica, con la voce quasi spezzata. In mezzo a questi due quasi-refrain, però, non emerge soltanto il dolore: infatti si aprono qua e là spiragli luminosi per descrivere questa relazione speciale, che più si manifestano nitidamente più aumentano il rimpianto del narratore.
«You’re a woman, I’m a kalf / You’re a window, I’m a knife», canta, disegnando con profonda rassegnazione e poetica sincerità i contorni di ciò che è stato quel rapporto ormai usurato, la cui rapida e inesorabile distruzione va di pari passo con la climax lirica e musicale che il brano costruisce.
(Samuele Conficoni)
“Vancouver”
Ho sempre amato “Vancouver”, perchè possiede quella malinconica inesorabilità del destino di cui è intrisa la poetica di Jeff e che amo (assieme alla sua voce). È un brano bellissimo cantato ma nacque strumentale e così fu suonato nel “Mistery White Tour” del 1995 come canzone conclusiva dei concerti (dopo c’era solo l’encore della cover “Kanga Roo” e così fu anche nell’unica data italiana, quella di Correggio il 15 luglio 1995). Pare che fu Tom Verlaine a insistere con Jeff affinché ci cucisse addosso un testo, e infatti le parole non sembrano tra le più ispirate del cantautore americano: il tema è la infinita e universale difficoltà dei rapporti tra uomo e donna, che in questo particolare i soggetti descritti forse si sono conosciuti di sfuggita, sotto “la pioggia di Londra”.
Now, smell the rain of London, it still insists
That we beg for our purity
Quindi il vero dna del pezzo è strumentale, e c’è in questo senso una versione fenomenale da ascoltarsi, quella del Live In Chicago / Mystery White Boy (suonata il 13 maggio 1995): non una parola, solo qualche gorgheggio alla fine (che sono più la liason con la successiva “Kanga Roo” che altro).
Con una forza di esecuzione da paura, la canzone appare ancora più misteriosa ma funziona incredibilmente: Jeff e Tighe (accreditato nella scrittura del brano assieme allo stesso Jeff e al bassista Grondahl) pestano sulle corde come se fosse l’ultimo loro compito sulla Terra, con un perfetto melange tra forza e precisione. Il batterista Matt Johnson, quello dell’album “Grace”, offre poi una interpretazione ancora più rabbiosa di quella su “Sketches…”, dove non suonò lui.
Jeff Buckley non era solo la voce, scrittura, fascino, talento, predestinazione, poesia… era anche “una band”.
(Paolo Bardelli)
You & I
In “You and I” luci e ombre si accavallano con sinuosità ed eleganza. L’atmosfera che il brano crea è profondamente cinematografica: la canzone cresce e si muove nel buio caricando l’aria intorno di tensione e di attesa. Al centro di tutto è la voce di Jeff, che è quasi l’unico strumento che possiamo ascoltare nel pezzo, una voce che si inarca, si addolcisce e poi irruvidisce delineando la sagoma di un sentimento fortissimo e contraddittorio che sta alla base della composizione. «You were my only home, Silver Eyes / I want to see you shine» squaderna Jeff con fare enigmatico prima di raggiungere il picco di pathos nel chorus, quando canta «We will feel the weight fall away from us in time / Searching our past for a true you and I» con un tono cupo ma non privo di speranza. È con un sapore solo apparentemente amaro e con una tristezza in grado, però, di riempire i vuoti dei nostri cuori che si manifestano i suoi ultimi angelici vocalizzi.
Così si concludono questi Sketches, le bozze quasi definitive che avrebbero dovuto formare il secondo album in studio di Buckley, quantomeno nella forma postuma in cui ci è stato restituito. È un percorso che, però, forse Jeff non avrebbe concepito in questo preciso modo, ma di cui, purtroppo, non potremo mai venire a sapere oltre.
(Samuele Conficoni)
