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Un talento sottovalutato?
Probabilmente non è stato ancora tributato a Sharon Van Etten quello che lei merita davvero. A livello vocale la Van Etten può essere considerata una delle più talentuose della sua generazione, e sul piano compositivo non è seconda a nessuno, anzi possiede una scrittura caratterizzata anche da un po’ di grandeur americana, “alla Bruce Springsteen” tanto per capirci meglio, che difetta a molti perché o ne hai a pacchi e diventi tronfio o fai fatica a dosarla. Ma – forse ci si sbaglia – nonostante sia arrivata al settimo album, si stenta a riconoscere che il pubblico e la critica la considerino una delle più autorevoli voci cantautrici americane odierne (cosa che innegabilmente è). Forse perché la Van Etten ha già passato diverse fasi con assoluta naturalezza e senza fanfare, in piena libertà, senza dover per forza stupire o incamminarsi in una direzione voluta o aspettata dagli ascoltatori.
Un nuovo capitolo: The Attachment Theory
E anche questa volta è andata così: dopo quello che forse è il punto più alto della sua carriera, ovvero Remind Me Tomorrow (2019), se non altro per quello che è uno dei più bei singoli degli anni ’10 (“Seventeen”), ha scelto un linguaggio più intimo e quasi involuto in We’ve Been Going About This All Wrong del 2022, sorprendendo molti per il passo indietro compiuto pur portandosi dietro i commentatori che hanno continuato ad applaudire (ha una media di 80 su Metacritic) ma con meno enfasi (l’album non finì nelle classifiche di fine anno in posti di rilievo). Ecco, questa volta l’ex newyorkese trapiantata a Los Angeles ha cambiato ancora: via le atmosfere solinghe e largo alla composizione allargata con la sua band, The Attachment Theory (Devra Hoff al basso, Jorge Balbi alla batteria, Teeny Lieberson alle tastiere) in quello che è un disco più immediato (nelle interviste Sharon parla apertamente di “improvvisazione”) e diretto, oltreché naturalmente corale. Il che ha i suoi pregi e i suoi difetti.
Luci e ombre di un disco ambizioso
Le canzoni sono molto belle e la condivisione con la band fa sì che diventino coinvolgenti: si passa con facilità dal dark-pop degli anni ’80 di “I Can’t Imagine (Why You Feel This Way)”, in cui la Van Etten assume le sembianze di Siouxsie Sioux, all’indie-rock veloce di “Indio” e alla psichedelia light di “Somethin’ Ain’t Right”, senza rinunciare a momenti sospesi veramente toccanti, come la spaziale “Fading Beauty”. Il tutto condito da performance vocali della Van Etten davvero notevoli, a briglia sciolta, con una duttilità che in pochi cantanti, uomini o donne che siano, hanno. Un armamentario dunque variegato e ben utilizzato che non fa calare l’attenzione nell’ascolto, ma che viene purtroppo rovinato da una esagerata sovrabbondanza di tastiere: troppo invadenti, con suoni tremendi e vecchissimi utilizzati senza stile, con arpeggiatori azionati di continuo senza raffinatezza alcuna. Un po’ più di contegno avrebbe aiutato.
Ma così è, per cui siamo costretti ad ascoltarci canzoni meravigliose come il trittico iniziale “Live Forever”/”Afterlife”/”Idiot Box” con sintetizzatori invadenti e noi che cerchiamo di immaginarcele, bellissime e asciutte, senza quell’enfasi fastidiosa che le tastiere conferiscono loro. Del resto, prendere o lasciare. Probabilmente questo album non sarebbe mai nato senza questa formazione, per cui questo aspetto è connaturale e insito nello stesso progetto.
Per il resto si può annotare che l’aria londinese (il disco è stato registrato da Marta Salogni ai Church Studios di Londra) ha conferito allo stesso una matrice veramente UK che la stessa Van Etten ha sottolineato in un post su Facebook del 10 febbraio scorso (“Siamo felici di poter finalmente condividere il nostro nuovo disco con il mondo e soprattutto con il Regno Unito che ci ha accolto e ispirato a scrivere e registrare questo progetto a Londra… Non vedo l’ora di vedervi a marzo!”), per cui chissà se gli States la seguiranno in questo cambio di prospettiva.
A questo proposito: peccato che il tour europeo non passi dall’Italia, perché la resa live non è in discussione e anzi Sharon Van Etten & The Attachment Theory sarà un gran bel disco da suonare ed ascoltare in concerto. Un album in cui, ancora una volta, la Van Etten ha cambiato direzione con caparbietà e fiera libertà artistica. Non verrà osannata per questo, ma per noi lei è realmente un faro insostituibile nel panorama odierno dell’indie-rock mondiale.
75/100

