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Pulp Fiction prima di Pulp Fiction
È il 1994 e nelle sale spopola “Pulp Fiction”, il film che porterà definitivamente alla ribalta Quentin Tarantino. A un certo punto del film c’è la famosa scena in cui Vincent Vega (John Travolta) si fa di eroina. A fare da sfondo a quella scena c’è un oscuro brano surf riesumato dagli anni ’60: accordi minori, tremolo e riverbero come se non ci fosse un domani, linea melodica a base di sax. Il titolo è “Bullwinkle Part II”.
La band che lo ha inciso nel 1963 è nota alternativamente come The Centurians o The Centurions (non sappiamo bene il motivo di questo fraintendimento). Fatto sta che il pezzo non lascia indifferenti: se guardiamo al suo vocabolario sonoro notiamo che è quello della surf music, ma le atmosfere che evoca sono scure e noir. Sembra più adatto a un malfamato strip club dei bassifondi newyorkesi che a una assolata spiaggia californiana.
Non a caso è stato scelto da Tarantino che, a proposito della surf music, dichiarava:
“La musica surf mi è sempre piaciuta ma, per quanto mi riguarda, non so cosa c’entri la musica surf con le tavole da surf. A me sembra solo rock and roll, persino musica di Morricone. Sembra musica rock and roll e spaghetti western, quindi è così che l’ho strutturata.”

Tuttavia i Centurions furono degli alfieri della scena californiana dell’epoca. La band nasce attorno a Newport Beach, nella Orange County, a sud di Los Angeles, quando la surf music era ancora solo strumentale. Era una presa di posizione rivendicata con orgoglio, tanto che quando si affacciarono in quel mondo i Beach Boys, che a quelle sonorità abbinarono le loro voci, questi vennero inizialmente considerati dei “posers” e snobbati dai surfer duri e puri della prima ora.
Nel frattempo tutte queste band avevano creato un grande repertorio condiviso: quasi tutte avevano una manciata di pezzi originali, magari con qualche hit locale, e per il resto facevano cover di altre band o brani ormai diventati “standard”. Per quanto riguarda i Centurions non si fa eccezione a questa regola, tuttavia sono degni di nota per alcune loro trovate, soprattutto nei brani più “darkeggianti” rispetto alla media.
Beach party, ballroom e surf noir
Le informazioni su di loro sono scarse ma sappiamo che, per un breve momento, i Centurions furono abbastanza popolari nella loro scena locale, tanto che nel 1963 avvenne uno di quegli episodi che sembrano inventati apposta per alimentare la mitologia rock.
Quella sera i Beach Boys stavano suonando alla leggendaria Rendezvous Ballroom, il vero tempio del surf rock live, il posto dove Dick Dale aveva praticamente costruito la propria leggenda. Ma poco distante, al Newport Dunes, stavano suonando i Centurions. E pare stessero attirando più pubblico.
Secondo una cronologia storica delle prime apparizioni live dei Beach Boys, Brian Wilson e soci, finito il proprio concerto, si presentarono al live dei Centurions, salirono sul palco durante una pausa e iniziarono a suonare “Johnny B. Goode” senza alcun permesso. Pare ne nacque un piccolo caos con sicurezza e musicisti.
Oggi sembra impossibile immaginare i Beach Boys come “la band meno grossa della serata”. Ma nel 1963 la storia non era ancora stata scritta.

Sempre a quel fantomatico 1963 risalgono le uniche produzioni discografiche della band.
Il loro unico vero album è “Surfers’ Pajama Party Recorded Live On The U.C.L.A. Campus”. Il disco è interessante anche per tutta la storia assurda che si porta dietro. La Del-Fi pubblicò infatti nello stesso periodo anche un disco attribuito a Bruce Johnston (futuro Beach Boys) con praticamente lo stesso titolo, la stessa foto di copertina e addirittura lo stesso numero di catalogo.
In più il disco dei Centurions non era davvero live alla UCLA, nonostante il sottotitolo lo lasciasse intendere, ma un normale album in studio. E pare anche che “Surfers Pajama Party” non fosse nemmeno il titolo scelto dalla band stessa. Tutto lascia pensare a una confezione costruita soprattutto dalla Del-Fi, più interessata a vendere un immaginario surf-party che a rispettare una precisa identità artistica del gruppo.
Le liner notes sul retrocopertina sono rivelatrici. Più che parlare della musica sembrano il volantino di una festa adolescenziale. La Del-Fi presenta i Centurions come la nuova surf band “cool” della zona Costa Mesa–Newport Beach e rivela persino il loro vecchio nome: “The Wedge Men”, riferimento diretto al celebre spot surf del Wedge.
Sul retro compare addirittura una specie di decalogo per organizzare un vero pajama party: trovare una casa grande con giradischi, riempire una vasca di ghiaccio e bibite, buttare materassi sul pavimento, indossare pigiami sgargianti e — meravigliosamente — “non dimenticare di tornare a casa dopo la festa”.
Il problema è che sotto quel packaging quasi da commedia balneare Disney i Centurions suonavano già qualcosa di molto più strano e oscuro.
“Bullwinkle Part II” apre l’album ed è aggressiva, nervosa, quasi minacciosa. Rispetto all’eleganza dei The Ventures o al virtuosismo di Dick Dale, i Centurions sembrano più sporchi, più garage, più fisici.
La loro versione di “Intoxica”, storico brano dei The Revels, è probabilmente una delle migliori mai registrate: tiratissima, quasi ossessiva, costruita attorno a un rullante metallico e ipnotico che, insieme ai tremoli delle chitarre, crea una specie di trance surf-rock.
“Holiday Girl” invece è il classico lento da ballroom dei primi anni ’60, il momento della serata in cui le coppie si stringevano per ballare insieme. Tutto gira attorno al sax e a un’atmosfera ingenuamente malinconica.
E poi c’è “Surfin’ At Mazatland”, tiratissimo, febbrile, quasi da hot rod movie a basso costo. Per la cronaca, “Mazatland” pare sia un riferimento a Mazatlán, località costiera messicana già associata nell’immaginario surf dell’epoca a spiagge lontane, exotica e avventura tropicale.
Da allora l’album è stato ristampato diverse volte in CD col titolo di “Bullwinkle Part II” (1995, 1999 e 2004) e con titolo e copertina originale in vinile (1996 e 2004).
Surf War e i fantasmi della California

L’altra testimonianza su nastro dei Centurions è ben più rara. Si tratta di una compilation pubblicata dalla Shepherd Records, anch’essa nel 1963, dal nome “Surf War – The Battle Of The Surf Groups”, in cui i nostri compaiono con ben sette brani.
Se qualcuno si fosse mai chiesto se fosse mai esistita una “Bullwinkle Part I”, la troverà qui dentro: praticamente la futura “Bullwinkle Part II”, ma ancora rozza e instabile, con un basso talmente scordato da sembrare una demo finita accidentalmente su vinile.
E poi c’è “Sanjuro”, probabilmente il loro vero capolavoro nascosto. Due minuti scarsi di surf oscuro e cinematico, il cui titolo richiama chiaramente il film di Kurosawa “Sanjuro”. Più che una surf tune sembra la colonna sonora di un noir balneare girato male in 16mm.
Anche “Ray Bay” merita una menzione speciale: un pezzo scurissimo, costruito attorno a un pattern di batteria tribale e a chitarre suonate in registri bassissimi che anticipano atmosfere molto più vicine al garage oscuro e alle soundtrack exploitation che non alla surf music da cartolina.
A quanto pare ci furono problemi di copyright tra etichette discografiche che resero difficoltosa la riedizione di questo album nella forma originale. Esiste infatti una versione del 1978 in cui però la tracklist è diversa e i brani dei Centurions non compaiono. Solo nel 1995 la Sundazed riproporrà in CD il disco originale.
In conclusione possiamo dire che i Centurions non erano una semplice surf band, ma una specie di anello mancante tra rock’n’roll sax-driven anni ’50, exotica, garage rock e colonne sonore pulp. Non il sole della California, ma la sua ombra tremolante dentro una ballroom piena di riverbero.
