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Tra grazia e agitazione nascosta
Lo “stile dell’anatra” è quello per cui il movimento aggraziato dell’animale in superficie nasconde sotto il pelo dell’acqua l’agitarsi vorticoso delle zampe. Ne parlava Raffaele La Capria, l’autore di Ferito a morte, in uno dei suoi saggi all’alba del millennio, riferendosi a cosa dovessero fare gli scrittori nel momento della creazione artistica: cercare innanzitutto il proprio stile, la propria voce. Pensando all’ultimo disco di Natalie Bergman, “My Home Is Not In This World” (edito, come il precedente “Mercy” del 2021, per la Third Man Records di Jack White), la sortita del romanziere napoletano appare ancora più vera, sebbene qui il concetto vada inteso in senso opposto. La ragazza, infatti, suona e canta bene, le canzoni funzionano, la produzione a cura del fratello Elliot è impeccabile, eppure manca qualcosa. Che cosa esattamente è difficile dire. Forse il coraggio della libertà che, Manzoni docet, se uno non ce l’ha non se lo può dare di certo. O forse si, e basta solo lavorarci. Ad ogni modo, dato anche il riscontro positivo di critica e pubblico, questo lavoro rimane di ottima fattura.
Soul, folk e un tocco di country californiano
Una miscela di soul, folk e rock n’roll, venato da un Country western soleggiato e californiano, il tutto confezionato senza particolari sbavature. Alcuni tic dei ’60 e dei ’70 stile Motown, come anche il fruscio del giradischi a impolverare e retrodatare le canzoni, potrebbero giungere all’ascoltatore un pizzico superati. Tuttavia, melodie come quelle di “Gunslinger”, “Dance” e “Song for Arthur” (dedicata al figlio nato da poco) seducono e conquistano. I lutti del passato, specie la perdita del padre in un incidente stradale, e la successiva clausura in un monastero benedettino per ritrovarsi e provare a credere ancora nel futuro, Natalie li ha superati. Per sua stessa ammissione, la luce e la vita hanno fortunatamente avuto la meglio. E quella sottile malinconia che pervade le dodici tracce, data soprattutto dal suo modo così obliquo e dimesso di cantare, non si traduce in struggimento. Dà semmai profondità ad un impianto complessivo a rischio monotonia.
Una ricerca ancora aperta
Se la casa non è questo mondo, come si evince dal titolo del disco, allora si può legittimamente pensare che la ricerca dell’autrice di Barrington (Illinois) sia tutt’altro che terminata. Del resto, l’altrove non è uno soltanto e non risiede solo nel passato. L’azzardo di essere un’aliena rispetto a gran parte della produzione musicale odierna sarebbe piaciuto moltissimo al vecchio Elias Canetti, innamorato com’era degli artisti capaci di scontrarsi con la loro epoca. Ma Natalie Bergman, ed è questo il suo limite, al conflitto sembra preferire il tepore di un rifugio confortevole. Ecco perché non deve smettere di cercare.
68/100
(Alberto Scuderi)

