La visionarietà, la capacità di andare al di là dei propri mezzi di registrazione è un elemento che spesso si può riscontrare nella produzione discografica di diversi “outsider” musicali della metà degli anni sessanta/primi anni settanta.
Bill Holt è una di queste figure, un non-musicista che diventa un sognatore avanguardista, pionieristico.Nel racconto “Sognare è una faccenda privata” (titolo originale: “Dreaming Is a Private Thing”) del 1955
¹ Isaac Asimov immagina un mondo dove i sogni sono i vendita, definiti con il termine “dreamies” e non con quello di “dreams” (nella traduzione italiana questa differenza scompare). Tutti possono sognare ma solo certi sogni hanno “le armoniche” giuste e non sono piatti. Sognare per lavoro, però, può anche stancare: nel finale di racconto Sherman, un sognatore di professione, nonché uno dei migliori creatori di sogni per la Dreams Inc. (nella traduzione italiana “Anonima Sogni”), annuncia di volersi ritirare:
«Era un lavoro rilassante, a volte. Sognavo la sera, la domenica, se ne avevo voglia, o quando più mi pareva. E quando non ne avevo voglia, non sognavo. Ma adesso, signor Weill, io sono vecchio del mestiere. Lei mi dice che sono uno dei migliori che ci siano in giro, e che la ditta conta su di me per inventare nuove idee e per riproporre in modi nuovi quelle vecchie, come il sogno volante o la scena dei lombrichi».
Bill Holt: da impiegato a produttore di “dreamies”
“Dreamies” è anche parte del titolo
² – quasi in maniera accidentale – del disco/progetto pubblicato nel 1973
³ da
Holt, che, scosso dalla situazione socio-politica americana post omicidio Kennedy e dagli scenari da Guerra Fredda con amici del liceo morti in Vietnam, decide di abbandonare i panni e la vita da impiegato reparto marketing della
3M Company e diventare uno “Sherman”, un produttore di sogni, di “dreamies”. Per farlo, scrive e registra con un
TEAC 3440 a quattro tracce e un
Revox a due tracce – tutto da solo nel seminterrato di casa a
Claymont, nel
Delaware – un disco che è una vera e propria esperienza sonora. Auralgraphic Entertainment, così la chiama Holt: registrazioni che hanno una componente visiva, immaginifica. Melodie, rumori che si perdono in un flusso di coscienza
tra realtà e sogno come nei quadri magrittiani ⁴ de La Condizione Umana (
1933 e
1935) dove il confine tra realtà e rappresentazione pittorica è così labile da diventare quasi indistinguibile: il quadro nel quadro da una parte, il suono nel suono dall’altra. Due lunghe suite, una per lato:
Program Ten ⁵ e
Program Eleven. Il nome della prima lunga traccia (
Program Ten, appunto) è un omaggio a “Revolution 9” dei Beatles: dal numero nove si passa al dieci e poi all’undici: lungo tutto il vortice sonoro creato da Holt sono presenti frammenti campionati da
“I’ve Just Seen a Face”,
“Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”,
“Oh! Darling” e
“All You Need Is Love”. Una cosa ben diversa dal mash-up melodico-vocale di una decina (e più) di canzoni dei quattro di Liverpool, realizzato da
Harry Nilsson ⁶ qualche anno prima nella sua versione della beatlesiana
“You Can’t Do That”. C’è poi anche l’utilizzo – proprio come nel brano della band inglese – di rumori ambientali: grilli, vetri rotti e molto altro ancora nel caso di Holt. E se
John Lennon definiva “Revolution 9” come un’
«immagine inconscia» ⁷ di quello che pensava potesse succedere quando scoppia una rivoluzione, vale a dire
un «dipinto astratto di una rivoluzione» ⁷; per
Holt, invece, sperimentare in musica, registrando, tagliando e modificando nastri con una serie di mixer, una drum machine di prima generazione e un Moog Sonic Six, significa poter raccontare
gli Stati Uniti che si trasformano nella morsa della Guerra Fredda e i sogni di un ragazzo con una vita già spianata (scuola cattolica, lavoro, mutuo ecc.) che cominciano a incupirsi (il malessere giovanile
⁸ che verso la fine degli anni sessanta fa capolino anche negli ambienti benestanti, si veda
The Graduate di Mike Nichols – anno 1967). Il
suono dei tempi che stanno cambiando è un
collage sonoro in cui la forma canzone – sia che si tratti del folk pop acustico etereo con una chitarra Ovation di “Sunday Morning Sun” o delle atmosfere più progressive di “The User” (entrambe facenti parte del lato A, ossia di
Program Ten) – è
immersa nel frastuono emotivo della società americana con echi di found sounds (i già citati rumori ambientali), scenari sintetici destabilizzanti (quasi
carpenteriani ⁹) e pulsazioni dal cuore impazzito degli USA come – per esempio – la testimonianza sonora della dichiarazione del verdetto della giuria per Jack Ruby (l’uomo che ha sparato a Lee Harvey Oswald) o la voce del presidente Lyndon Johnson che chiede l’aiuto di Dio dopo l’assassinio di Kennedy. Si potrebbe fare un altro parallelo artistico, dopo quello magrittiano: lo
Mario Schifano dei primi anni settanta comincia a
fare fotografie alle immagini che scorrono sugli schermi televisivi (p.e. Paesaggio TV, 1974-78) e poi ricostruisce l’immagine con la pittura.
Bill Holt fa qualcosa di simile con il sonoro, cattura suoni da trasmissioni televisive e li rifonda in un contesto nuovo. Negli anni a seguire
Dreamies – Auralgraphic Entertainment resta un unicum per Holt, che pubblicherà un nuovo disco dal titolo
Program Twelve solo nel 2006, quando il suo primo lavoro viene ristampato e (ri)scoperto. L’opera di (ri)valutazione continua tutt’oggi: nel 2013 e nel 2025 sono uscite nuove stampe di
Dreamies – Auralgraphic Entertainment curate dalla spagnola Out-Sider, sussidiaria della
Guerssen.
Note
¹ pubblicato in Italia nelle raccolte “La Terra è abbastanza grande” (Earth is Room Enough) del 1957 e
“Le migliori opere di fantascienza” (The Best Science Fiction of Isaac Asimov) del 1986.
²«Ho preso il nome Dreamies da un vecchio racconto di fantascienza di Isaac Asimov. Asimov scrisse “Sognare è una faccenda privata”, un racconto della metà degli anni ’50 su Jesse Weill, un uomo che si guadagnava da vivere fabbricando sogni. Asimov chiamava quei sogni in vendita “dreamies”. Quando ho intitolato il mio album, non lo sapevo. Quando in seguito ho scoperto il collegamento con Asimov, sono rimasto sbalordito perché era esattamente quello che stavo cercando di fare: fabbricare sogni da condividere con gli altri», racconta Holt nel 2012 a
It’s Psychedelic Babe Magazine.
³Sulla prima stampa, fonte Discogs, sui
centrini dei dischi compare l’anno 1973 ma si potrebbe trattare dell’anno di stampa e non di pubblicazione perché Bill Holt nell’intervista del 2012 (già citata) a
It’s Psychedelic Babe Magazine parla di
«my 1974 Dreamies album».
⁴«Volevo fare con la registrazione sonora ciò che René Magritte ha fatto sulla tela», sempre Holt nel 2012 a
It’s Psychedelic Babe Magazine.
⁵«Il nome della traccia Dreamies Program Ten è un omaggio a Revolution 9», Holt, 2012,
It’s Psychedelic Babe Magazine.
⁶«Una volta stavo semplicemente giocando con la mia chitarra e ho suonato questo accordo che sembrava prestarsi a un milione di canzoni diverse. Ho notato quante canzoni dei Beatles potevano essere suonate con questo unico accordo, così sono corso al Wallach’s Music City sul Sunset verso mezzanotte, poco prima che chiudesse, ho comprato il libro di canzoni dei Beatles e ho finito la canzone quella sera stessa». (virgolettato di Nilsson dall
‘articolo “Nilsson: An Underground Artist Surfaces” di Jacoba Atlas pubblicato sulla rivista americana KRLA Beat il 27 gennaio 1968).
⁷THE BEATLES, (2000) The Beatles Anthology, Regno Unito: Chronicle Books, pag.307 (slide 311 nel
PDF disponibile su Scribd.com):
«‘Revolution 9’ was an unconscious picture of what I actually think will happen when it happens; just like a drawing of revolution».
⁸si legga sempre l’intervista di Holt a
It’s Psychedelic Babe Magazine del 2012 (già citata).
⁹si senta la
Part Four di
Program Eleven e poi la
colonna sonora di Dark Star di Carpenter. Il film di Carpenter è del 1974, distribuito in poche copie nel 1975. La colonna sonora viene pubblicata nel 1980.
(Monica Mazzoli)