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Nell’ambito della collaborazione tra Kalporz e NPC Magazine, Rivista di critica cinematografica edita dall’Associazione Il Fascino degli Intellettuali, pubblichiamo un approfondimento su un film importante del 1996 di Lars Von Trier, “Le Onde Del Destino”, per la rubrica #re-visioni di NPC Magazine.
Nel 1996, lo storico critico del Chicago Sun Times Roger Ebert chiudeva la sua recensione de Le onde del destino, quarto film del regista danese Lars von Trier, con queste parole: “Not many movies like this get made, because not many filmmakers are so bold, angry and defiant.” 1 Von Trier in quel momento aveva girato solo quattro lungometraggi – questo sarà il film che lo lancerà a livello mondiale come maestro provocatore del cinema europeo -, eppure Ebert riuscì a cogliere lo spirito arrabbiato e agitatore che anima e ha animato il suo cinema.
Quella stessa sensazione di assistere alla nascita di qualcosa di unico e di rivoluzionario la si ha ancora oggi, vedendo il film che ha permesso a uno dei cineasti più amati, estremi e discussi del cinema contemporaneo di emergere e di farsi notare.
Le onde del destino, un character study tra spiritualità e istituzione
Al centro de Le onde del destino vi è Bess (Emily Watson, al suo primo ruolo cinematografico della sua carriera), una giovane donna scozzese in una comunità religiosa calvinista e arretrata che si sposa con un “estraneo”, Jan (Stellan Skarsgård), manovale esterno alla comunità. Egli introduce la giovane ai piacieri e alle gioie della vita matrimoniale, ma un incidente cambia tutto: l’uomo rischia di rimanere paralizzato, e chiede alla moglie di iniziare a frequentare altri uomini per poi raccontargli ciò che hanno provato insieme.
Questa, secondo lui, è l’unica soluzione per tenerlo in vita: ricordargli cosa vuol dire amare ed essere amati. Questa richiesta spinge Bess in un vortice di perdizione, ripugnanza della comunità, conflitto con la sua spiritualità e con le persone che la circondano, a cominciare dall’amata cognata Dorothy “Dodo” (Katrin Cartlidge), che per lei vuole solo il bene.
Le onde del destino, acclamato sin dalla sua presentazione al Festival di Cannes dove vinse il Gran Prix du Jury, è un attento character study di una figura, Bess, molto complicata. Giovane donna dalla salute mentale molto fragile, fa parte di una comunità religiosa dalle forti credenze conservatrici, che relegano il ruolo della donna a quello di moglie e di madre, esercitando così su di loro un profondo controllo. In questa comunità, Bess vive una propria spiritualità ferrea: a più riprese vediamo la protagonista de Le onde del destino pregare a modo suo, rivolgendosi a Dio che pare intercedere, tramite lo stesso corpo della giovane, rispondendole.
Bess vive la vita con un approccio molto infantile e naïve: vive in attesa del vero amore, e quando questi arriva nelle sembianze di un grande uomo nordico, lo accoglie completamente e incondizionatamente. Così il sesso – preclusole in questo microcosmo conservatore – diviene per lei una felice scoperta, un momento di condivisione ed euforia col suo amato.
L’incidente che coinvolge suo marito diventa un punto di svolta ne Le onde del destino: in Bess si crea un conflitto interiore consumante, tra il seguire la sua legge spirituale e morale – assecondare le fantasie del marito e andare dunque con altri uomini – e l’attenersi alla visione di mondo della comunità adeguandosi alla purezza e alla castità che si addice alle mogli dei marinai.

Con il tipico candore ingenuo che associamo di solito ai bambini Bess sin dall’inizio della pellicola sfida le convenzioni sociali interne alla comunità – in una delle prime sequenze si chiederà come mai le donne non possono prendere parola durante la messa -, e proprio sulla scia di questa semplice genuinità sceglierà di perseguire “la legge morale dentro di lei”, arrivando a subire sevizie e torture nella speranza di poter salvare il suo amato Jan.
E se la parabola discendente di Bess – contrappuntata dalle inquadrature apparentemente spensierate, ad inizio di ogni capitolo della pellicola, costruite con paesaggi colorati e canzoni pop rock come quelle di Elton John e di David Bowie – in puro stile Von Trier si fa sempre più ripida e vertiginosa con lo scorrere dei minuti, il finale de Le onde del destino regala un’inaspettata nota ottimista e speranzosa: le campane, suono di religiosità gioiosa e accogliente negato nella comunità calvinista punitiva della giovane Bess, come per miracolo iniziano a risuonare in mezzo all’oceano.
Un’immagine potentissima, quella in chiusura de Le onde del destino, che riflette sulla potenza della spiritualità personale vissuta in modo probo opposta alla religiosità istituzionale vista come costrizione, punizione, limitazione delle gioie della vita.
Alle origini del Cuore d’oro e della filmografia di Von Trier

Le onde del destino, oltre a rappresentare il lancio a livello internazionale della carriera di Von Trier, rappresenta una tappa significativa per la sua carriera artistica anche perchè, all’interno della pellicola, egli riesce a mettere a fuoco quelle che saranno le ossessioni, i temi e le figure attorno a cui lavorerà per tutta la carriera.
Il film rappresenta, infatti, il primo capitolo della sua “trilogia del cuore d’oro”, che oltre a Le onde del destino comprende Idioti (1998, nonché il secondo film del famoso Dogma 95) e Dancer in the dark (2000, vincitore della Palma d’Oro e del premio alla Migliore Attrice per Björk). Tale trilogia tematica ha come punto di congiunzione i suoi personaggi protagonisti, rappresentati come estremamente e candidamente buoni in un mondo pronto ad approfittarsi della loro bontà. Von Trier sviluppa così una riflessione sulla società contemporanea, i cui membri sono pronti ad approfittarsi meschinamente degli altri per il loro tornaconto personale.
I film della trilogia del cuore d’oro – che inaugurano la visione notoriamente pessimistica e nichilista dell’umanità dell’autore danese – descrivono dunque un mondo fatto di false ipocrisie, di regole sociali soffocanti ed escludenti, di discriminazioni e falso perbenismo. Bess de Le onde del destino, di fatti, si scontra proprio con questo mondo chiuso ed escludente nonostante il suo presentarsi nella sua completa innocenza e purezza.

Tale finitezza del mondo che si pone al centro della trilogia del cuore d’oro presenta, d’altronde, il seme di un altro dei temi e delle figure ricorrenti nel cinema di Von Trier: il microcosmo. Da questo Le onde del destino fino a Melancholia e La casa di Jack, passando per Dogville dove questo elemento è sicuramente più evidente, il mondo che il maestro danese inquadra tende sempre ad essere una piccola comunità chiusa in se stessa, fatta di valori più o meno borghesi, ma pur sempre rigidi, che diviene sineddoche del mondo nel suo senso più amplio, di cui però risulta sempre possibile vedere le dinamiche sociali che lo animano.
Oltre ai motivi narrativi, anche lo stile visivo che Trier costruisce nel film sarà quello che lo accompagnerà e che svilupperà per tutto il resto della sua carriera. L’approccio documentaristico all’immagine – fatto di macchina a mano, di assenza di colonna sonora diegetica e di fotografia naturalistica – unita alla narrazione nichilista che qui inizia a manifestare si svilupperà lungo tutta la sua carriera, arrivando a consolidarsi e a formalizzarsi nel già citato Dogma 95, movimento da lui co-fondato che nel suo manifesto dice “Usando la nuova tecnologia chiunque in qualsiasi momento può lavare via gli ultimi granelli di verità nell’abbraccio mortale della sensazione“2 – mettendo dunque a tema una ricerca della verità ottenibile grazie a mezzi tecnologici poco sofisticati.
A fronte di tutto questo, Le onde del destino diventa dunque estremamente interessante nell’ottica di un’opera sicuramente molto riuscita, ma ancora acerba del suo autore. Un’opera in cui, però, lo stesso Von Trier ha piantato i semi di quella che sarà tutta la sua produzione successiva: i suoi temi, le sue ossessioni, il suo cinema. Rivedere oggi, a distanza di quasi trent’anni, Le onde del destino vuol dunque dire andare a rivisitare il primo grande lavoro di un regista che ha segnato il cinema contemporaneo e ripensarne completamente l’opera, rivalutarla nella sua interezza e nella sua importanza.
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- “Non vengono prodotti tanti film come questo, perché non tanti registi sono così coraggiosi, arrabbiati e provocatori”; Roger Ebert, Breaking the Waves movie review (Ultima consultazione: 25/06/2025; grassetto nostro) ↩︎
- Traduzione presa dalla pagina Wikipedia del Dogma 95 (ultima consultazione: 30/06/2025) ↩︎
di Carlo Pisani
NPC Magazine è la Rivista di critica cinematografica edita dall’Associazione Il Fascino degli Intellettuali. Le ragioni della collaborazione tra Kalporz e NPC Magazine puoi leggerle qui.
