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Dopo 17 anni dal primo incontro con Kalporz i Ministri raccontano i nuovi brani, la musica live e cosa è cambiato nel mondo della musica. Esce oggi, 19 settembre, Aurora Popolare, il nuovo album de I Ministri. I Ministri tornano tre anni dopo Giuramenti con un nuovo album, anticipato dai singoli BUUUM e Avvicinarsi alle casse. Otto tracce che intrecciano testi densi e rock puro, in un lavoro che segna un ritorno alle origini. Ho incontrato Federico Dragogna, Davide “Divi” Autelitano e Michele Esposito nel backstage della Santeria a Milano, dove la band ha celebrato l’uscita del disco con un talk, un live acustico e un firmacopie. Prima del tour nei palazzetti, il trio sarà protagonista di un instore tour per presentare al pubblico la genesi del nuovo progetto.
L’ultima intervista con Kalporz risale al 2008…
F: Mi ricordo, mi ricordo!
Bene, quindi la domanda più banale e semplice riguarda questo lasso di tempo e la promozione del disco nuovo, il vostro ritorno. Cosa cambia rispetto al passato?
F: Devo dire che, per come facciamo le cose, non è cambiato un granché. Continuiamo a occuparci di tutto relativamente al nostro progetto, fatichiamo a dare le cose in mano ad altri. Il video che uscirà domani, per esempio: noi eravamo dietro la telecamera. Non interamente a girarlo, per fortuna c’era Marco Pellegrino, ma comunque a sbatterci, a correre ovunque, a fare praticamente i runner. Le bandiere che abbiamo appeso in giro per Milano per promuovere l’album le abbiamo messe noi. Quella qui sopra (sopra il locale a Milano) l’ha appesa Divi. Ci teniamo a fare una sorta di artigianato.
M: Sì, anche come promozione social non è cambiato niente. Non abbiamo nemmeno TikTok per esempio.
I primi due singoli di Aurora Popolare sono forse i più rock, nel senso più puro del termine, di tutto l’album. Avete volutamente scelto di svelare prima questa anima dell’album? Come mai siete partiti subito con queste tipologie di tracce e poi lasciare l’anima più ballad in un secondo momento?
F: BUUUM era un pò chiamato dai, diciamolo.
D: Sì poi mancavamo da tempo, bisognava fare il botto. Ci siamo confrontati con delle tempistiche in uscita che individuavano in questo settembre il momento giusto per pubblicare. Il discorso di questo disco è abbastanza complesso e volevamo avere anche delle orecchie pronte ad ascoltarci, senza dover stare dietro a troppi elementi fuori posto. Perché oggi, se esci con un pezzo rock e ci metti in mezzo una ballad strana si rischia di perdere il focus, sarebbe difficile riuscire a decifrare il disco.
Invece così possiamo esprimerlo in tutta la sua interezza, anche con i brani un po’ più “morbidi”, definiamoli così. Quindi prima abbiamo tirato fuori dei brani che rappresentano un po’ il nostro antico brand. È vero, non sposterà molto, però secondo me porta già l’attenzione su un tema e cioè il ritorno a certe sonorità. Per noi è sicuramente parte di una nuova genesi e vogliamo riappropriarci di questo linguaggio, di questa cifra stilistica.
M: Sì, poi un concerto come lo inizi? Non puoi iniziare un concerto con una ballad, bisogna iniziare in una determinata maniera.
A proposito invece di Avvicinarsi alle casse (il secondo singolo di Aurora Popolare). Dall’euro in copertina del primo album con “la gente che aspetta la sera per spendere” (I Soldi sono Finiti, 2006) si è passato a “ridimensionare la luna di miele, la cena di Natale” (Avvicinarsi alle casse, 2025)?
F: Questa cosa che dici, su cui metti luce, fa parte di un problema di ridimensionamento. Negli ultimi 15 anni c’è stato un ridimensionamento che coinvolge la classe media italiana, dal medio-basso al medio-alto. Di questo parliamo anche in Poveri noi nel disco. Non è un problema di tragedia totale, non è un problema di persone che scappano da casa con un fagotto in mano, ma semplicemente un problema di ridimensionamento che si sta allargando come una marea. Lo si vede ovunque anche nelle attività quotidiane. Non è ancora arrivato a una situazione di disperazione tale da far scendere le persone in piazza, come è successo in Nepal la settimana scorsa, dove hanno bruciato letteralmente il palazzo del Parlamento, però è quello che vogliamo evidenziare.
Sì, diciamo che Poveri noi e anche Piangere al lavoro sono quelle che più identificano le problematiche della mia generazione, dai 30 anni in su, con frasi come: “ieri ti dicevi che non ti piacevi”, “mica lo sanno dove trovano il coraggio per fare un figlio”, “ti sei accorto che stai fissando il vuoto”.
F: Sì, vero, anche “hai studiato per gioco”! Quante persone conosco che hanno studiato per gioco. Ci sono persone che hanno fatto giurisprudenza e oggi lavorano in tutt’altro campo… anche tu! (indica Michele Esposito, batterista della band)
M: Sì, io ho una specializzazione in finanza internazionale, cioè è pazzesco.
Tutte queste frasi sembrano rispecchiare il ridimensionamento che citavi prima. Sembra quasi che vogliate descrivere una società più atrofizzata e con meno rabbia. È vero?
F: La rabbia c’è stata in questo paese in determinati periodi. Negli anni ’70 la gente si uccideva qua davanti, spesso anche per rabbia non direzionata. Penso che una parte di quello che abbiamo fatto, nel nostro piccolo, sia stato cercare di direzionare la rabbia, cioè non abolirla, non ignorarla. Non vogliamo fare come succede oggi sui social, cioè immaginarsi un mondo dove risolvi tutto, dove risolvi le situazioni con te stesso, con la tua identità, con quello che vuoi o non vuoi. No, non si risolve. Non si risolve tutto. Puoi anche capire i nodi che hai dentro, ma non è che così li risolvi, rimarrà sempre uno scarto di rabbia. Cosa ne fai di quella rabbia? Noi ne facciamo canzoni e speriamo che chi ci ascolta possa farla defluire in una maniera più sana rispetto ad altri modi. Anche Žižek lo dice: “Fatti un giro lì, ma poi vai via”. È un discorso complesso.
Con Aurora Popolare, volete interfacciarvi di più alla mia generazione, oppure pensate di ampliare ad un nuovo pubblico e raggiungere anche più giovani?
F: Non mi sembri così vecchio! (ringrazio) Direi che con la tua generazione entriamo ancora in contatto senza troppi sottotitoli. Con quelle nuove, chissà. Magari sono già i genitori dei nostri fan più vecchi a farci ascoltare ai figli.
Bene, tralasciando i testi, parliamo della produzione dell’album. Io ho ascoltato Aurora Popolare e mi sembra che ci sia, come al solito, molta musica suonata e molta cura nel dettaglio. Quindi la domanda un po’ provocatoria è: cosa ne pensate dell’intelligenza artificiale a favore della musica? Quanto è impattante per voi e secondo voi porterà un cambiamento?
D: C’è un terrore che si sta creando intorno all’intelligenza artificiale che è un po’ eccessivo. Se un artista si sente realmente minacciato dall’IA, allora c’è un problema serio nell’arte che produce. Chi le cose le fa davvero, ha vinto. Noi questa cosa la facciamo per davvero e soprattutto la facciamo capire.
M: Ci sono cose che non sono riproducibili. Noi abbiamo la fortuna che quello che facciamo sconfina nel live. Non c’è IA che possa riprodurre questa dimensione.
D; Questo disco non è elaboratissimo in termini di layer. Non abbiamo messo sezioni d’archi o cose sinfoniche. È un disco molto a terra, fatto di batteria, basso e chitarra. Abbiamo lavorato molto, ma se l’IA avesse fatto queste scelte, avrebbe tirato fuori un pastone terrificante. Non credo sia paragonabile.
C’è chi la utilizza non tanto nel fare musica, ma nella produzione o in alcune scelte stilistiche. A un certo punto si è scoperto che si poteva mettere l’autopilota, e va bene. Non penso che si siano ribellati a questo. Però, fare musica, arte, creare, produrre è un’altra cosa.
F: Un’indagine recentissima dice che la settimana scorsa il 25% dei pezzi caricati su Spotify erano fatti con IA. Questo perché Spotify da anni approfitta degli algoritmi per riempire il catalogo. Ma nonostante questo, quest’anno è stato il primo dopo 70 anni in cui la musica italiana non è riuscita a produrre una vera hit estiva. Forse è proprio questo il vantaggio della musica, ha una meritocrazia sua.
Si è abbastanza pazzesco che la canzone di Andrea Laszlo de Simone sia stata la più “virale” quest’estate
D: Esatto, ma penso anche all’esempio di Lucio Corsi. Quella è stata una bellissima lezione per tutti perché è comunque lui che ha sempre tenuto il profilo dell’arte della musica soprattutto della musica suonata, della musica composta in un certo modo. Appartiene un po’ alla nostra “fazione”, quella di chi ama il palco più che i numeri o la hit da inseguire. Eppure si è preso un posto nell’immaginario della musica italiana, mantenendo la barra dritta e soprattutto senza manomettere niente della sua credibilità.
Visto che citate giustamente i live, condizione preponderante del vostro progetto musicale, vi faccio questa considerazione. Voi, gli Afterhours, i Verdena continuate a riempire i palazzetti e ad avere un grande seguito. Manca una nuova generazione che possa fare una cosa simile, oppure si è spostata altrove la percezione dei giovani? Di recente mi è capitato di vedere anche concerti rap, hip hop, trap dove la gente poga sotto il palco. Quell’energia -pogo, calca, sudore- la rivedremo con una nuova ondata rock, o ormai abita altrove e sta migrando verso nuovi generi?
F: Allora, da quello che ho visto ci sono progetti, soprattutto nella drill e fuori Italia, dove si poga di brutto. C’è la registrazione sismografica del concerto di Travis Scott a Roma, per dire. Quindi non credo che per forza basso, chitarra e batteria debbano rimanere l’unico modo. Importante è la questione del live come esperienza che accade e non è la copia di una copia. Sicuramente una parte della generazione si è spostata. I numeri di Spotify hanno cambiato la percezione, generando competizione. Alcuni generi hanno più numeri per scelta stilistica, altri soffrono questa dinamica e non riescono ad arrivare a numeri importanti e quindi sono tagliati fuori.
D: Viviamo in un sistema dove bisogna sempre tenere vivo l’interesse degli utenti. C’è ansia nel dover pubblicare continuamente, come se fosse il ticket per esistere. Alla fine non sai più per chi lo fai. Perché in tutto ciò, i numeri non ti permettono di vivere di musica. Nel nostro mondo guadagni solo con i live.
Paradossalmente gli investimenti economici e promozionali è meglio metterli in benzina, per andare nei locali. Magari qualche locale ti viene incontro sul cachet, ammesso che possa permettersi un cachet. Alla fine, se invece punti solo ai numeri, il meccanismo non funziona nella vita reale, non è sostenibile.
Prima di salutarvi voglio riportarvi al nostro incontro del passato. Nell’intervista del 2008 rilasciata a Kalporz dicevate: “Noi a Milano non suoniamo mai, perché è una città vivissima ma funziona più che altro come base organizzativa. Di posti dove esibirsi ce ne sono pochi, pochissimi. Milano ora è così: ai tempi degli Afterhours, nella prima metà degli anni ’90, i centri sociali erano davvero attivi. Ora non c’è più una realtà vera e propria, tutti i posti stanno chiudendo. Il Leoncavallo sta ancora lì, ma sempre con una spada di Damocle sulla testa”. Oggi, 2025 come commentate questa situazione? Ho visto che vi siete esposti sui social per quanto riguarda il Leoncavallo.
F: Ci siamo esposti in maniera più ampia parlando di legalità e cultura. Ovviamente con tanto affetto per il Leoncavallo, ci mancherebbe, suonammo lì nel 2008 per il Miami. La verità è che il Leoncavallo non veniva più seguito e tenuto vivo dalla scena milanese e, ahimè, è stato sgomberato dal vuoto. Non è stato neanche davvero sgomberato, se vogliamo dirla tutta. Io spero, anzi speriamo, che questa occasione possa farlo rinascere altrove con nuova energia. Quell’energia la devono dare le persone che se ne prenderanno il compito, insieme alla città. Le due cose devono lavorare insieme sugli spazi sociali. Chi se ne sente parte deve prendersene cura, anche solo frequentandolo e facendolo vivere.

