Cate Le Bon esce dal buio dell’isolamento con “Pompeii”
Matteo Maioli
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Cate Le Bon annuncia “Pompeii”, disponibile dal 4 Febbraio per Mexican Summer, rilasciando il primo singolo ‘Running Away’. Così Cate racconta la genesi del nuovo lavoro: “Ho composto il nuovo lavoro in una casa in cui ho vissuto 15 anni fa, lottando con l’esistenza, le mie rassegnazioni e la fede. Mi sono sentita colpevole di disordine ma mi sono difesa dai sensi di colpa imposti dalla religione e dal peccato originale”. I nuovi brani nascono dalla passione di Cate per l’arte classica e i temi religiosi, o meglio divini. Una pandemia globale e gli eco-traumi che subiamo quotidianamente hanno portato Cate a chiedersi “quale sarebbe il tuo ultimo gesto, cosa faresti prima della fine?”
Scritto principalmente al basso – magnifico e potente già in questa anticipazione – e composto durante un momento di isolamento forzato, nel suo sesto lavoro in studio Cate Le Bon ha suonato tutti gli strumenti (tranne batteria e sassofono) e registrato il disco a Cardiff con il collaboratore di lunga durata Samur Khouja. La batteria e il sax dal tocco jazz presenti in “Pompeii” sono stati suonati da Stella Mozgawa e Euan Hinshelwood.
Se potessi ripercorrere in un attimo, nuotando controcorrente, le rapide di questo fiume oramai giunto al suo estuario, nella estrema fissità di questo mio prossimo viaggio nella noia orizzontale, sceglierei gli anni in cui la volta celeste non era altro che un enorme lenzuolo fatto a cielo e la luna una palla polverosa gettata nel vuoto e catturata con le unghie dall’egoismo del pianeta Terra. E noi, bimbi, cadevamo con essa per sempre, aggrappati in un infinto sprofondo gli uni agli altri, grazie a un gomitolo di lana nera. I grandi dimenticarono in fretta di avere un mondo con certe stelle enormi, sopra il capo, da osservare, mentre noi sacrificavamo la nostra noia migliore per costruire ponti sospesi nello spazio che ci allacciassero a un’agognata luna. La dipingemmo butterata e funesta, con maremoti sulla superficie di un ponto che non era mai tranquillo, ma tutta una schiuma fremente di gorghi e mostri marini. Nuovi esseri di ordinaria malinconia calpestavano un tappeto soffice come zucchero filato sparso su una teglia, in cui si radicavano piante cresciute dolci come torroni. Altre volte immaginammo un balzo da gigante come in mongolfiera, le tante mongolfiere tipiche di una domenica d’estate, un balzo che ci consentisse di fuggire all’avarizia terrestre e alle sue costrizioni. In anni in cui razzi enormi arrugginivano in volo, pensammo a uno sgangherato proiettile cavo sparato negli occhi della luna come nei film dei Meliès, in cui potessimo accovacciarci per il viaggio, assieme ai nostri migliori amici. Ma poi venne il tempo di un leggero disincanto, e, anche sognando a occhi aperti, non potevamo far altro che immaginarci tute e scafandri e missili scagliati a violentare qualche nuovo cielo. E poi, al ritorno, schivare incredibili uragani e tempeste, per posarci placidamente in un mare che ci accogliesse come un telo.
Eravamo certo molto giovani e molto felici e pensavamo, con rabbia, di non dover invecchiare mai.
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14 settembre 2010
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