WIDOWSPEAK, “Almanac” (Captured Tracks, 2013)

Non so se succede anche a voi, ma ogni tanto le mie orecchie hanno bisogno di normalità. Facile, semplice, appetibile normalità musicale: qualcosa di medio, senza punti esclamativi, niente occhi che strabuzzano di sorpresa, nessuna mascella che casca a terra dallo stupore. Qualcosa che non sorprenda, ma che accompagni, o che nella migliore delle ipotesi ci culli un pochino, almeno il tempo di uno spigozzo (se non sapete cosa sia lo spigozzo non so come aiutarvi, capitelo dal contesto come si faceva da piccoli).

Ecco: quando il bisogno di un niente di che si fa sentire, l’indie-folk è il giusto antidoto. Qualcosa di rilassato, suonato piano e dolce, le chitarrine, le cose cantate sottovoce. Dall’immenso calderone – rigorosamente a fuoco basso – del genere docile sopra citato, emergono i Widowspeak, duo di Brooklyn aiutato da un crescente bollire dell’acqua dell’hype.

Ripasso per chi si era perso il loro primo album, dal titolo omonimo, uscito nel 2011: i Widowspeak per l’anagrafe di New York sono Molly Hamilton e Robert Earl Thomas. Sono una bella ragazza coi capelli disordinati e uno spilungone inguardabile e dalla barba brutta – toh. Fine del ripasso.
Il loro secondo disco si chiama “Almanac” ed è lungo dodici canzoni ben suonate, ben cantate, leggere e riposanti. Filano una dietro l’altra, e hanno addosso quell’aria di pigrizia che non posso non ammettere di apprezzare. La Hamilton canta languida, sotto le maglie di suoni delicati, e ogni tanto si incontrano pure alcuni tentativi di fare cose un pochino meno folk: “The Dark Age” per esempio mi ricorda il rock leggero di quando ero bambino e fuori era tipo il 1996, “Spirit Is Willing” invece suona come l’acustino stanco e annoiato da tutti tipico di qualche anno dopo. C’è pure la prova di una messa amish in “Minnewaska” con tanto di grilli sul fondo, così da giustificare gli strani vestiti che i due indossano in copertina.
A parte questi tre episodietti, il resto del disco si esprime in momenti non troppo bassi e in momenti non troppo alti, e i non troppo alti culminano nel singolo di lancio, “Ballad Of Golden Hour”, la torta ben riuscita: pop, indie, folk che si amalgamano perfettamente.

Alla fine dell’ultima traccia, “Storm King” il disco finisce. A questo le cose da fare sono due: o si rimette da capo il disco, o se ne va a cercare un altro, che di sicuro qualcosa di simile c’è. Io preferisco la uno perché ci sono rimasto un po’ male. Non troppo eh, normalmente.

66/100

(Enrico Stradi)

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