DIRTY PROJECTORS, “Swing Lo Magellan” (Domino, 2012)

Come identificare il sottile confine che passa tra la musica definita accessibile e quella di nicchia?
È certamente un’impresa ardua, forse impossibile, considerato che ciò che a molti può sembrare di facile fruizione ad altri può apparire ostico. Di una cosa però siamo praticamente certi: è assai difficile che a qualcuno sia mai venuto in mente di definire accessibile la musica dei Dirty Projectors. Eppure, a tre anni di distanza da quel cosciente delirio avanguardistico rappresentato da “Bitte Orca”, ci troviamo davanti ad un’inevitabile presa di coscienza: “Swing Lo Magellan”, l’ultima fatica di David Longstreth e soci, è un’opera squisitamente pop.

Già pop. Proprio qui su kalporz il nostro Francesco Marchesi aveva partorito alcuni mesi fa una profonda riflessione sulla musica di questi anni, musica irrimediabilmente controversa ed irrisolta certo, ma ugualmente intrisa di una profonda sensibilità melodica. Musica pop, in definitiva. Anche i Dirty Projectors infine, dopo anni passati a sperimentare tutto lo sperimentabile, decidono di darci la loro personale versione del pop dei nostri giorni, un tripudio di variopinte disgressioni melodiche, costantemente in bilico tra la brillante divagazione e l’erudito divertissment.
Il registro di “Swing Lo Maggellan” è volutamente minimalista, con una strumentazione ridotta in alcuni brani davvero al minimo indispensabile. Eppure, la sensazione che si prova ascoltando quest’album è quella di un’esperienza musicale oltremodo densa e stimolante. Il cantato di David Longstreth, si fa meno schizofrenico rispetto al passato, pur mantenendo intatta la sua teatralità, supportato con brillantezza delle soavi voci femminili (Amber Coffman, Haley Dekle e Olga Bell). Prendiamo ad esempio una canzone come “Impregnable Question”. Il pezzo poggia su uno scarno dialogo basso-pianoforte, mentre la batteria del nuovo drummer Mike Johnson apre abilmente la strada alle leggiadre armonie vocali. Poche altre band sarebbero capaci oggi di dare vita ad una piccola perla come questa. Lo stesso identico discorso vale per il primo singolo che ha anticipato l’uscita dell’album, “Gun Has No Trigger”. Qui il lavoro di Longstreth e soci si fa ancora più sottile: una base formata da soli basso e batteria tratteggia una melodia oltremodo sinuosa, mentre le vocalizzazioni soul del frontman copulano senza sosta con il backing vocals angelico delle coriste, fino al climax quasi voluttuoso del refrain. Applausi.

Malgrado quanto appena detto sarebbe un errore imperdonabile definire “Swing Lo Magellan” un album semplice e diretto. Capita spessissimo che brani si inerpichino improvvisamente per obliqui percorsi melodici, terminando il loro tragitto su territori fino a quel momento inesplorati. L’imprevedibilità compositiva, infatti, è tuttora uno dei marchi di fabbrica dei Dirty Projectors; la differenza con il passato sta solo nel fatto che ora è totalmente asservita ad una forma canzone più tradizionale. Gli svolazzi folk dell’armoniosa title track per esempio, sono qualcosa di completamente diverso da quanto fatto dalla band in passato. Lo stesso vale per i caldi battimani (entusiasmanti quelli di “Just From Chevron”, una delle più suggestive composizioni del gruppo) che si ritagliano quello spazio di primo piano che ai tempi di “Bitte Orca” era occupato dalle percussioni quasi heavy. Tutti i brani di “Swing Lo Magellan” sono attraversati da una moltitudine di idee, in un continuo divenire di figure melodiche che lambiscono la perfezione. Difficile scegliere tra i fini ricami di “Dance For You”, gli arabeschi di “See What Is Seeing” o il delicato chrooning di “Irresponsible Tune”. Nell’ultima fatica targata Dirty Projectors ogni traccia è un piccolo mondo a sé stante.

Riuscendo a rinnovarsi costantemente nel corso degli anni, la musica di David Longstreth ha raggiunto una particolarità tale da renderla difficilmente paragonabile a quella di altre band. La cifra stilistica della band è ora una sorta di futuristico cantautorato, di cui “Swing Lo Magellan” rappresenta lo splendido manifesto, oltreché, quasi certamente, il disco da cui partirà in futuro chi si avvicinerà per la prima volta all’opera dei Dirty Projectors.

88/100

(Stefano Solaro)

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