CONNAN MOCKASIN, “Forever Dolphin Love” (Because, 2011)

Connan Mockasin non viene dal nulla (ha già pubblicato infatti la bellezza di quattro dischi), eppure piace pensarlo. Il suo luogo natale è poetico già dal nome, piacevolmente primitivo e impronunciabile, Te Awanga, in Nuova Zelanda, la terra che più di altre sollecita le nostre fantasie per il suo mistero umido e arborescente. Connan ora vive prevalentemente a Londra e a guardarlo in foto, (a qualcuno non sarà sfuggita la vaga somiglianza con Brian Jones-faccia d’angelo), sembra un Patrick Wolf con due fette di limone incollate sulle palpebre, anche lui infilato in un pigiama da sonnambulo visionario a caccia di tintarelle marziane. Sia Wolf che Mockasin sono in definitiva due picari bowiani, il cui mutevole umore cambia con la stessa imprevedibilità delle tinture fiammeggianti che accendono i loro ciuffi al vento.

“Forver Dolphin Love” (il quale altro non è che la riedizione su più vasta scala di “Please Turn Me Into The Snat”, uscito l’anno scorso, con differenti mix e l’aggiunta di sei esecuzioni live più un inedito) dimostra però che Mockasin è innanzitutto un avventuriero e un collezionista di raffinati esotismi. “Please Turn Me Into The Snat”, maramao alla Mgmt (e come potrebbe essere altrimenti per uno con quei capelli attaccati sulla fronte?), arriccia la firma volatile e impertinente di un apprendista stregone che usa il pop come fosse pittura, sciogliendo la forma-canzone in materia brulicante di mitologie sempre ri-plasmabili. Mockasin ha curvato la schiena sulle enciclopedie salgariane degli Sleepy Jackson, con relativo romanzo d’appendice Empire Of The Sun (ascoltate “Megumi The Milkway Above”), ma ha preso appunti anche da feuilleton per palati più capricciosi, come Ruby Suns, Evangelicals (li ricordate? No? Sentite allora “Faking Jazz Together”) o Of Montreal, fino al magistero di patriarchi conclamati come Flaming Lips e Beck (l’attacco del capolavoro di amore infinito “Forever Dolphin Love”).

A bordo della sua feluca, commerciante di magiche spezie e venditore al dettaglio di incanti voodoo, Mockasin traccia la rotta di un viaggio solitario e senza meta, da Bahia alla Nuova Caledonia, via Shangai (nell’intro di “Grampa Moff” pare di risentire a tratti i Japan), conteso tra capitani coraggiosi e saettanti spiriti con la scure. La vela della sua fantasia freakettona in technicolor ha sempre il vento in poppa e se in “Unicorn In Uniform” il nostro dimostra di essere un etereo stilista di chiaroscuri e ombreggiature, in “Quadropuss Island” è soprattutto l’acrobata del sogno che danza su un’onda del mare e ci ammalia per sempre, accarezzato dallo sguardo liquido della distanza…
Connan Mockasisn, pagliaccio in forma di delfino, principe-alieno incagliato sulla Terra, aquila della notte, raccontaci ancora un’altra storia delle tue!

Alla memoria del maestro Sergio Bonelli (1932-2011) l’autore dedica:

Ciò non toglie che, per fortuna, pur diventando un professionista del fumetto non ho mai smesso di essere lettore: non solo leggo infatti tutti i fumetti che produco, ma leggo anche quelli degli altri, e non solo, come si potrebbe pensare, per controllarli e tentare di superarli, ma prima di tutto per una sorta di richiamo ancestrale che sento”

80/100

(Francesco Giordani)

17 Novembre 2011

 

2 Comments

  1. valentina

    24/11/2011 at 15:04

    Sono d´accordissimo. Tuttavia trovo che il paragone con Patrick Wolf, soprattutto al giorno d´oggi, non sia del tutto calzante, se non nell´eccentricitá del personaggio. Bowie aleggia nell´aria, pur non facendo parte delle ispirazioni dirette di Mockasin, come lui stesso ha dichiarato durante un´intervista. Per quanto riguarda poi i Japan, mi trovo ad essere nuovamente d´accordo, Grampa Moff potrebbe benissimo essere una traccia di “Tin drum” o della colonna sonora di “Merry Christmas Mr. Lawrence”. Album meraviglioso comunque, forse gli avrei dato un 90/100.

  2. Francesco Giordani

    24/11/2011 at 21:34

    Disco da classificone di fine anno. Come ho detto a un mio amico, la risposta neozelandese alla crisi che ci ruba i sogni (e al falsetto recessivo di Bon Iver). Pensavo soprattutto al Wolf del periodo rosso, quello di “The Magic Position”, per intenderci, più colorato e arlecchinesco, anche se qui effettivamente c’è un brio fanciullesco che va oltre anche le maschere bowiane e si ritaglia una sua originalità. Sono felice che questo lavoro trovi degli ascoltatori attenti e appassionati, è trascorso un po’ in sordina…

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