LCD SOUNDSYSTEM, This Is Happening (DFA, 2010)

Il merito della rinascita musicale della grigia New York degli Anni Zero è stato in fondo anche degli LCD Soundsystem di James Murphy e della sua potentissima DFA. Tra le angosce post-9/11 e le paranoiche limitazioni alla libertà individuale del Patriot Act, il paradosso di una fulgida scena musicale che ha riportato in auge le sonorità della Grande Mela. Nuovamente al centro della scena statunitense con qualcosa di diverso dal pensiero unico gangsta del decennio precedente.

Una scena che, fatta eccezione per l’indie neo-yuppie di Strokes, Interpol et similia, fa tanto democrazia dal basso. Nelle modalità, per lo sterminato panorama di etichette indipendenti con epicentro Brooklyn. E nei linguaggi, meno ostici rispetto alla tradizionale e trasversale ricercatezza dell’underground newyorkese. Usare la parola pop farebbe probabilmente rivoltare dalla tomba Andy Warhol dopo ventitre anni di compianta assenza. Ma la radice culturale è bene o male la stessa. E gli LCD Soundsystem ci sono riusciti in due dischi praticamente perfetti. Accogliendo sotto lo stesso tetto, o meglio nello stesso dancefloor tamarri mancati, rockettari ben vestiti e tutto il resto degli ecosistemi urbani da club. Con una formula da ritorno al futuro in certi club anni ‘80 . Se l’electro è diventato patrimonio delle serate alternative ai lustrini discotecari è un po’ grazie a loro. O per colpa loro, dipende dai punti di vista. Dal vaso di pandora dell’esordio omonimo, alla quadratura del cerchio del capolavoro “Sound Of Silver” fino al nuovo “This Is Happening”. Con in mezzo “45:33” mega-singolo che prende il nome dalla sua durata, scritto per la Nike come ideale accompagnamento alla sessione perfetta di jogging.

L’ineffabile disco-funk ibridata nel punk in inevitabili controindicazioni house di Murphy sta segnando un’epoca. Difficile negarlo. Nel nuovo fanno ancora centro, come se ci fosse bisogno di conferme. Si passa dalla raffinata commistione tra minimalismo afro e synth-pop vecchia scuola di “Dance Yrself Clean” a “Drunk Girls”. Basterebbe il titolo per dare un’idea del singolo apripista, ovvero la rinnovata Arte – a maiuscola – di scrivere pezzi cazzoni dal testo cazzone (vedi i precedenti di “Daft Punk Is Playing At My House” e “North-American Scum”). E dal videoclip ugualmente cazzone, con tanto di Spike Jonze alla regia. Irresistibile. Unico brano sotto i quattro minuti. La sostanza non cambia quando si superano i sette-otto minuti.

I brani suonano inequivocabilmente LCD, ma i richiami a synth d’annata alquanto Kraftwerk, variano il tema. Così “I Can Change” diventa la loro definitiva risposta ai New Order. “Somebody’s Calling Me” fa molto trasfigurazione synth-pop di un allucinato viaggio nella notte da remix di “Nightclubbing” di Iggy Pop. L’ipnotica “One Touch” suona come i Talking Heads suonerebbero nell’inquieta New York di Bloomberg e di Ground Zero. In “You Wanted A Hit” queste sonorità molto analogiche sono solo un preludio agli incessanti groove del collettivo. Groove che continuano a mietere vittime quando i bpm ascendono all’olimpo house come in “Pow Pow”, composizione idealtipica di Murphy e soci. Con la sua incredibile voce che risente al solito di influenze nere e funk. Voce che può esprimersi nei brani più cantati e cantabili. Come nell’electro-sinfonia metropolitana “Home”, sul lungo filo rosso dei Talking Heads e ideale seguito concettuale di “All My Friends”, uno dei brani-simbolo del nuovo secolo. O nella splendida sinfonia electro di “All I Want”, con le chitarre finalmente centrali per una ballad post-punk dall’alto valore rievocativo. Come se le riprese aeree di “Il cielo sopra Berlino” fossero riambientate tra Harlem, Village e Brooklyn.

Il melting pop musicale degli LCD fa di James Murphy un rassicurante Obama bianco che sfida lo strapotere black della musica pop statunitense nel nome del compromesso tra ethnics. Un’electro democratica che, a differenza dei prodotti di massa dell’estetica pop-art, non disdegna mai qualità e sperimentazione.

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