ST. VINCENT, Actor (4AD, 2009)

St. Vincent è l’enigmatico acronimo dietro cui si cela una delle artiste più interessanti della scena indipendente statunitense. Secondo disco per la ventisettenne Annie Clarke, polistrumentista dell’Oklahoma, dopo il sorprendente, a dire poco, “Marry Me”, dato alle stampe nel 2007 e passato forse troppo sotto silenzio. Sì, perché l’ex-turnista di Polyphonic Spree e Sufjan Stevens, a dispetto dell’età ha un talento a tratti disarmante. Una voce fiabesca che come timbro potrebbe ricordare in diversi momenti Kate Bush, Fiona Apple, Feist, Cat Power, Victoria Legrand, o giù di lì.
Ma, voce a parte, il suo segreto e valore aggiunto è un pop orchestrale imbevuto di soluzioni contemporanee digitali molto low profile a renderlo attuale e degno di attenzioni.

“Actor”, uscito sotto 4AD, il che basterebbe già come garanzia, segue la scia dell’ottimo esordio partendo da presupposti ancora più coraggiosi e dissacranti. Perché se in passato la ragazza-prodigio di stanza a Brooklyn si era servita di inserti orchestrali a tutti gli effetti per affrescare le sue mini-suite, ora ha deciso di cambiare registro.
Non si direbbe a primo ascolto, ma la Clarke ha arrangiato i nuovi brani con GarageBand, il celebre programma per musicisti fai-da-te. Roba da scandalizzare puristi e accademici. Anche perché i brani sono stati scritti al pianoforte e non più alla chitarra. Non si direbbe, visti gli esiti. Fin dalle introduttive “Strangers” e “Save Me From What I Want”. La prima apre l’album con una leggerezza primaverile dando subito l’idea di un’eccentrica opera in undici fasi. Naif nelle atmosfere, ma incredibilmente complessa nelle scelte compositive. Undici Kandinksij fatti di pause orchestrali, atmosfere da avant-pop giapponese (Takako Minekawa, Fujiko Noriko, Gutevolk, Piana, Sawako) sommesse distorsioni, arpeggi narrativi, controtempi in continue frammentazioni tra cui si districa una voce avvolgente.

I suoni ridondanti, ma incredibilmente efficaci in una cura degli arrangiamenti maniacale quanto nei Radiohead o, per somiglianza di suoni, in Patrick Wolf. Ballad apparentemente rassicuranti tra piano, violini, fiati e sviolinate, che si trasfigurano in impietose tempeste emotive. “The Neighbors”, “Just The Same Brand New” o in toni quasi parossistici “Marrow”, in pochi minuti vivono in un’effimera pace interiore turbata da incubi post-moderni fatti di distorsioni e scariche elettriche.
Completa libertà espressiva. Come dimostra l’irresistibile singolo di lancio che si candida a hit intelligente da indie dancefloor dell’anno 2009. “Actor Out Of Work” è una torbida allucinazione che vede Blondie coi suoi ritmi in levare e le sue melodie svampite, fare un’improbabile apparizione nel teatrino decadente di St. Vincent.

Annie tocca venature e generi senza mai adeguarvisi, anzi li riadatta con le sue sonorità inquiete e camaleontiche. “Black Rainbow”, il cui titolo suona come una valida definizione della sua proposta musicale, parte da sfondi vagamente folk tra Grizzly Bear e Beach House per poi finire ineluttabilmente per caraterizzarsi come un brano di St. Vincent. Senza crisi d’identità.
Anche nei momenti più classicheggianti in cui lambisce a modo suo Bjork, su tutte nei desolanti panorami glaciali di “The Bed”. O più in generale le ammalianti muse del pop nordico (El Perro Del Mar, Frida Hyvonen, Hello Saferide, Lykke Li, Maia Hirasawa) in struggenti ballad quali “The Party” e il suo crescendo sinfonico da brividi.

In “Laughing With A Mouth Of Blood” diventa la risposta americana a Bat For Lashes, l’altra ragazza-prodigio della nuova scena del songwriting femminile, per il perfetto connubio tra tradizione e sperimentazione. Unico vero filo conduttore in questa effervescente esplosione di colori che non può che chiudersi con un finale aperto. I due minuti e poco meno di chiusura tra folk visionario e annebbianti bagliori orchestrali si interrompono come un sogno spezzato. “The Sequel”. Come dire, un invito ad aspettare trepidanti un terzo capolavoro.

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