MESHUGGAH, obZen (Nuclear Blast, 2008)

Il perché un placido kalporziano debba interessarsi al percorso di una delle band più estreme del pianeta non è certo scontato, trattandosi di sonorità addirittura recalcitranti all’ascolto. Eppure, tralasciando manipoli di metallari che sì, apprezzano i Meshuggah, ma senza troppa convinzione, il gelido sentiero disseminato di insidie meccaniche degli svedesi può potenzialmente intersecare in più punti le piste battute da molti degli ascoltatori più curiosi.

Le peripezie dinamiche dei freschissimi e giocosi (ma non troppo) Battles e i labirintici corridoi matematici dei Don Caballero trovano qui corrispettivi cibernetici ancora più complessi, se possibile. Oppure pensiamo a come termina l’ultimo dei Portishead, con lo sguardo gelido di “Threads” che indaga una deriva inevitabile dalla cima di una scogliera. Quello che offrono gli svedesi è il suono di quella folle corsa autodistruttiva dell’umanità che, in altro modo, viene analizzata dal terzetto di Bristol, così come da altre personalità che l’apocalisse l’hanno avvistata già da tempo (Radiohead, Killing Joke, Bonnie “Prince” Billy, Celtic Frost, Scott Walker). Dimenticate quindi la grossolana grana di tanto heavy metal, qui abbiamo a che fare con una continua decostruzione e riarticolazione di sinapsi e note e l’ascolto, impervio e difficoltoso, offre con il tempo mutevoli scoperte e sorprese, come a loro tempo, perdonate l’accostamento, gli album della fase più sperimentale di un Captain Beefheart qualunque. Avanguardia, dunque. Quanti altri musicisti metal citano come influenze i King Crimson, i Funkadelic e i dischi della Warp?

Qualcuno dirà che le idee sono sempre le stesse e le tonalità poche (una o due), ma sarebbe come lamentarsi qualora una stampa di Escher sia composta solo di bianco e nero. Ogni brano ha le sembianze di un piatto e grigio monolite, eppure basta uno scarto della batteria o un’increspatura chitarristica inattesa per percepire improvvisamente la tridimensionalità della logica sonora architettata, una biblioteca borges-iana di dimensioni potenzialmente infinite. Eppure sentirete dire in giro che questo è il loro album più fruibile. Affermazione sostanzialmente vera, data la molteplicità di dettagli incastonati nelle maglie dei brani e qualche soluzione più umana del solito, come il riferimento ai Tool posto in apertura (un favore restituito a chi li aveva più volte elogiati e citati nei propri brani), la marea implacabile di “Bleed”, il fuoco incrociato che sbarra il passo in apertura di “Pravus”, le terrificanti dinamiche panzer-funky che conducono la title-track e “Pineal Gland Optics” alle rispettive conclusioni o il carattere lussureggiante degli assoli jazz ingabbiati nell’acciaio dei brani, tornati sembra alla compiutezza non più schizoide del loro capolavoro “Nothing”. Ovvero il momento in cui l’indice del cyborg ha incontrato quello umano del suo creatore, percependo la distanza tra un bit e l’emozione (recuperate almeno “Straws Pulled at Random” e le sue onde illuminate dalla luna nel finale, roba che nemmeno i Mogwai).

Ma ad azzerare le chiacchiere basterebbe la conclusiva “Dancers to a Discordant System”, nove minuti e trentasei secondi di odissea plumbea che racchiude in sé ogni possibile direzione della band, con l’incedere da rettile psicotico derivante da “Chaosphere” dei primi minuti e l’ipnosi conclusiva figlia invece dell’incubo di “Catch 33” separati da un refrain inusualmente innodico, una cosuccia (si fa per dire) che sembra uscita dall’era d’oro dei compianti Pantera. Di fronte a una (non) volgare dimostrazione di forza tale il mondo del metal potrebbe interrogarsi sul suo ruolo e sulle possibilità che ha di rinnovare la propria vitalità. Non lo farà, preferirà adagiarsi sui soliti stilemi per perpetuare solamente quanto di più superficiale ha messo in piedi, decidendo di ignorare la sfida lanciata da una band apparentemente immobile, in realtà in progressione continua.

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