ANTONY AND THE JOHNSONS, The Crying Light (Secretly Canadian, 2009)

Su Antony Hegarty rimane ben poco da dire e quello che più importa è già stato detto e ridetto fino allo sfinimento. Lo si può apprezzare o meno ma è senz’altro lui “il” nome nuovo che più di altri ha marchiato a fuoco il suono di questi anni Zero. E questo non perchè l’abbiano stabilito Lou Reed o David Tibet in virtù di chissà quale intuizione. La storia di Antony è la storia di una voce (sineddoche: Antony è la sua voce) che si è imposta su tutte le altre, una voce che ha conseguito il silenzio e l’attenzione necessari e poi ha iniziato a raccontare (o meglio: a tessere il canto di…) cosa (ci) stava accadendo, ancor prima che con le parole già attraverso la grana preziosa del suo stesso suono, caldo e carezzevole, che di per sé è una storia (bellissima), anzi: un romanzo. La voce di Antony appartiene a tutti (come tutte le voci epocali: Frank Sinatra, Billie Holiday, Nina Simone, Tim e Jeff Buckley etc etc…) e ognuno di noi può ritrovarvi una scheggia di sé, un fotogramma smangiato del proprio cinema segreto. Non si sbaglia allora nel sostenere che l’uscita del suo nuovo album, “The Crying Light”, anticipato da un ep fulminante giunto alla fine dell’anno appena trascorso, sia, a conti fatti, una delle uscite discografiche più attese del momento.

Una luce che piange o che urla, una luce che urla piangendo o che piange urlando. Il punto di partenza del nuovo lavoro è questa bellissima immagine, che fa il paio con il volto (e la gestualità statuaria) del ballerino giapponese Kazuo Ohno, ritratto nella copertina e particolarmente amato dal nostro. Esattamente da qui prendono le mosse le nuove composizioni, ovvero dalle forme precise e perfettamente scandite di una disperazione danzante che si risolve sempre nella trasparenza eterea di una canto cristallino, che parla all’anima attraverso l’anima, avvolgendola in una coltre di ombre vischiose per poi liberala nella luce accecante di uno sguardo più profondo e interamente “umano”. Come lo stesso Antony ha ribadito in tutte le interviste rilasciate nell’imminenza della pubblicazione dell’album, “The Crying Light” vuole essere, rispetto al precedente “I Am A Bird Now”, un lavoro nel complesso meno introspettivo, più aperto verso l’alterità enigmatica del mondo esterno, più orizzontale, forse anche più narrativo o epico. In effetti il lirismo innato della sua vocalità tende a declinarsi in una direzione più dialogante, e attorno ad esso la musica costruisce una scenografia cromaticamente varia, dinamica, in cui un ruolo decisivo viene giocato dalle orchestrazioni, che conferiscono alle composizioni una profondità prospettica e uno spessore romanzesco e drammatico di rarissima potenza. Più sporadici gli interventi di batteria (generalmente accarezzata da spazzole sibilanti) e della chitarra. Principe incontrastato, non occorre specificarlo, è naturalmente il pianoforte, con il suo interminabile strascico nuziale di note e bagliori liquefatti, come già nei due dischi precedenti.

Di canzoni da ricordare se ne incontrano parecchie e verrebbe voglia di non lasciarle più, di vivere per sempre nei frammenti di mondo che esse disegnano con pochi tocchi sparsi di note, ma bisogna essere pazienti, bisogna darsi e dare tempo al tempo, coltivare la disciplina lenta e precisa dell’attenzione (che come Malebranche diceva è la preghiera spontanea dell’anima) e farsi “portare”. Tra i pezzi che conquistano dal primissimo ascolto citiamo senz’altro “Another World” (e veramente ognuno di noi almeno una volta nella sua vita è stato il personaggio di questa canzone), la lunga “Daylight And The Sun” che spazza via tutti gli imperi della stupidità con la fragilità inesorabile e onnipotente di un soffio, per poi accendersi in uno slancio che ha del sublime, a tratti del caravaggesco, un taglio obliquo di luce polverosa che solca l’abisso e illumina una strada. Bellissima anche “Aeon” che, vuoi forse per gli intarsi sottili di chitarra o per la voce un po’ più ispida, è un balenìo blues da perderci dentro tutte le parole e i discorsi possibili per restare, finalmente, zitti. Ma l’impressione è che ogni singolo brano brilli di un lucore del tutto particolare e sfaccettato e che, come in tutti i veri grandi album, proprio un ascolto complessivo e totalizzante permetta di godere appieno la bellezza delle creazioni di questo pittore senza tempo, classico e avveniristico, in apparenza retorico e superato e al tempo stesso potentemente attuale e sincero fino alla vertigine (ascoltate cosa avviene in “Dust And Water”, il contorcersi di una pura intensità senza contorno).

Va da sé che le parole hanno la medesima importanza delle musica che le accompagna e questo può rendere l’avvicinamento un po’ più difficoltoso, ma la cosa davvero sorprendente è che certe frasi, nella loro disadorna nudità, penetrino nel pensiero e si lascino capire anche senza conoscere perfettamente la lingua (e la grammatica e la sintassi) in cui vengono formulate, come viaggiando attraverso un esperanto delle sensazioni, immediatamente intuibile.

Nel bene come nel male, sin da ora, “The Crying Light” si candida ad essere uno dei dischi più belli e importanti dell’anno appena iniziato, almeno per il sottoscritto.

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