CAT POWER, Jukebox (Matador / Self, 2008)

Le canzoni sono come tatuaggi, inchiostro di un pennino sottopelle, uno spazio vuoto da riempire: lo cantava Joni Mitchell in una delle sue canzoni più belle, “Blue”, e non è un caso sentire Cat Power sigillare il suo secondo album di cover con queste parole. Sono le canzoni a restarle sotto la pelle, e ne escono trasformate, come se mai nessuno prima di lei le avesse cantate.

E’ il prodigio di una grande interprete, che nel frattempo (sono passati già otto anni da quella “Satisfaction” senza ritornello…) è diventata molto più consapevole di sé e, soprattutto, è venuta a patti con i suoi doveri di intrattenitrice: Chan Marshall non ha mai cantato così bene, ma le sue cover, inevitabilmente, hanno perso quell’emotività cruda che avevano un tempo.

Ora che sta bene, Chan può permettersi perfino di ammiccare a chi conosce bene le sue vicende artistiche e umane. Attraverso le canzoni che ha scelto di interpretare, la cantautrice racconta la sua vita, l’arrivo a New York (“Se ce la posso fare qui, posso farcela ovunque” di “New York”), il suo passato di donna senza direzione (la sua “Metal heart” che rivive dieci anni dopo “Moon pix”), la guarigione (“I believe in you”, dal periodo redento di Bob Dylan).

E c’è perfino un po’ di ironia in questo gioco assecondare dolcemente gli stereotipi sul personaggio Cat Power, sia quando racconta di donne abbandonate (la “woman left lonely” di Janis Joplin) o rese diffidenti da un cuore in frantumi (il magnifico adattamento di “Rambling man” di Hank Williams), sia quando gioca a rimpiattino con il menestrello di Duluth.

E’ Dylan, ancor più del Memphis sound, il vero nume tutelare di “Jukebox”: dapprima Chan gli dedica l’autografa “Song to Bobby” in perfetto stile dylaniato (perfino la voce strascicata è la stessa…), e poi ribalta la preghiera di “I believe in you” mescolandola alle pulsioni basse di una chitarra sudista, trasformandola in un omaggio agli Stones di “Sticky fingers”…

Insomma, Cat Power sa perfettamente cosa sta facendo: intrattiene, anche per merito di una band straordinaria (Judah Bauer della Blues Explosion, Jim White dei Dirty Three alla batteria…). E tutto questo non è affatto un male: chi avrebbe il coraggio di lamentarsi davanti a meraviglie come il country fragile di “Silver stallion”, o del gospel commovente di “Lord, help the poor and needy”?

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