ST. VINCENT, Marry Me (Beggars Banquet, 2007)

Non so quante volte mi è capitato di sentire paragonare una cantautrice a Kate Bush, e molto spesso a sproposito. È una sorta di pigrizia critica che rasenta lo sciovinismo: ragazza, voce limpida ed educata, suona e compone da sé, pronti!, la nuova Kate Bush. Non farò quindi un torto sessista a una ragazza talentuosa, una che poi viene da una nazione che sarà probabilmente governata da una donna: eppure una certa tentazione c’è, nell’ascoltare questo notevole esordio di Annie Clark, in arte St. Vincent, classe ’82 dall’Oklahoma.

Annie è un talento tanto chiaro quanto precoce: polistrumentista che eccelle nella chitarra con uno stile personale e versatile, è già stata collaboratrice di Sufjan Stevens e dei Polyphonic Spree; giunta ora al suo primo album solista fa una tale mostra del proprio eclettismo musicale che si rischierebbe di venirne disorientati, se la ragazza non riuscisse a tenere tutto assieme rendendo dolce il perdersi nel suo intricato giardino di note. Quasi sempre: perché il rischio che si corre qua è quello della leziosità, di annegare la freschezza di un esordio nell’urgenza di mostrare e dimostrare.

Il rischio viene il più delle volte scongiurato, perché lo sguardo di Annie è incantato, e dona naturalezza al modo con cui gioca con stili diversi e diversissime tradizioni. A cominciare da quella americana, con cui St. Vincent dialoga con la stessa naturalezza di Sufjan: ascoltate l’uso dei cori nell’iniziale “Now Now” o in “Jesus Saves, I Spend”, dove l’influenza di Stevens si sente anche nel gusto per le orchestrazioni luminose ma leggermente deviate. Già nel brano iniziale fa capolino la personalità della Annie chitarrista, che riesce a passare da complicati giochi di armonici a un rumoroso assolo finale che sembra quasi venire dalle dita di Ira Kaplan. L’uso dei suoni distorti le permette di costruire atmosfere più cupe, come nella emozionante “Your Lips Are Red”, un crescendo elettrico ansiogeno, spezzato da una batteria singhiozzante che si stempera poi in un finale sensuale che sa di resa.

Nel suo instancabile peregrinare sonoro Annie approda al vecchio continente con l’immaginifica “Paris is Burning”, carica di suggestioni mitteleuropee, forse leggermente ingenua nel suo finale in tre quarti ma ipnotica nei complicati ghirigori del ritornello. Qui si comincia a capire che questa esile e graziosa ragazzina guarda ben al di là del suo tempo: brano dopo brano, crescono i riferimenti alla musica americana degli anni ’30, allo swing, alle canzoni di Cole Porter. Il risultato è convincente: dalla title track alla struggente “All My Stars Aligned” assistiamo alla metamorfosi da indie girl a stella di un immaginario cabaret degli Anni Ruggenti, dove sembra davvero di trovarsi quando si giunge alla conclusiva “What Me Worry?”.

Ad ogni nuovo ascolto si possono scoprire ancora altre impressioni, altri riferimenti (il Bowie fanta-glam in “The Apocalypse Song”, il tropicalismo di “Human Racing”…) ma alla fine quello che emerge è la personalità di Annie/St. Vincent, come autrice e come performer. Chissà, tra qualche anno diventerà lei la pietra di paragone… per il momento ci godiamo uno degli esordi migliori di quest’anno.

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