JENS LEKMAN, Night Falls Over Kortedala (Secretly Canadian, 2007)

Lo stereotipo indie pop prevede cuori sempre troppo piccoli per: contenere emozioni di commozione e meraviglia per le piccole bellezze che gli altri ignorano, esprimere rancore e indignazione verso le piccole meschinità che gli altri ignorano, sopportare astinenze sessuali pluriennali nell’attesa o nel ricordo del vero amore, provare empatia nei confronti dei propri amici e conoscenti che hanno un lavoro schifoso o devono fare coming out di fronte ai genitori bacchettoni: insomma bisogna essere degli sfigati, e portare anche un po’ sfiga. Bene, Jens Lekman da Kortedala, Svezia con questo secondo album sembra volersi agguantare la corona di Re degli Sfigati con tutte e due le mani. Ha tutto l’armamentario del caso: una voce da crooner calda e melodrammatica, una passione per gli arrangiamenti zuccherosi da pop primi anni ’60, e un ampio corredo di battimani, vibrafoni, cori femminili e tutto il resto.

Quello che lo salva è che spesso la superficie levigata del muro sonoro tutto violini e campanellini si squarcia per rivelare una estetica fai-da-te, le sontuose tappezzerie retrò rivelano un bricolage di campionamenti che il mite Jens assembla nella sua cameretta Ikea tra una tristezza qui e una malinconia là. È il caso dei “cali” degli archi in “If I Could Cry”, dei coretti accelerati di “I’m Gonna Leave You Because I Don’t Love You”, del vecchio disco soul inceppato di “Kanske Ar Jag Kar I Dig”. Sparandola grossa, potrei dire che Lekman è uno che vorrebbe scrivere testi alla Stuart Murdoch, cantare alla Morrissey e mettere tutto insieme con la colla di Beck (e un pochino di Magnetic Fields).

Sto facendo il cinico, ma in verità il tenero Jens ha confermato di essere bravo, sul serio. Ha una sensibilità pop cristallina, padroneggia il vocabolario di decenni di easy listening e lo usa per costruire un racconto assieme privato e teatralizzato, sempre in bilico tra la pagina di diario e l’uscita da primadonna: alcuni episodi sono veramente memorabili, come il singolo “The Opposite of Hallelujah”, melodia leggerissima per raccontare un complicato rapporto tra fratello maggiore e sorellina, che finisce direttamente nella mia top 10 delle canzoni dell’anno.

È solo che a volte melassa sonora e impacci emozionali raggiungono il livello di guardia, e tra una fidanzata scaricata che si attacca al puff anti-asma per soffocare i singhiozzi e una canzoncina infantile campionata per cinque minuti mi viene quasi paura a riascoltare l’album. Si sa mai la sfiga sia contagiosa.

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