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L’ultima notte del decennale, nella Cava di Tufo: gli Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp che riempiono la roccia di calore e Apparat che la spegne nel controluce.
Ad Agrigento, durante l’estate, l’acqua veniva a turni: la città viveva al ritmo del razionamento, aspettando che le cisterne venissero riempite per qualche ora. Poi arrivava la sera, si saliva verso la Valle dei Templi, e lo stesso territorio che di giorno contava i litri di notte diventava una cattedrale a cielo aperto.
È in questo scarto che FestiValle ha festeggiato i suoi primi dieci anni.

“10 Years Together”
Per il Festival, cresciuto fino al riconoscimento del Ministero della Cultura, l’edizione 2026 era il primo anniversario importante. La formula è sempre quella del festival diffuso. Non un palco unico, ma una manciata di scenari sparsi dentro il sito archeologico, ciascuno con la sua musica e la sua ora: i tramonti nella Kolymbethra affacciati sui templi, il main stage nella Cava di Tufo, gli aftershow tra le colonne, l’alba al Tempio della Concordia.
Un sogno, ma nella pratica anche un rovescio da considerare. Per raggiungere il Sunset Stage, dove suonava Sorvina — statunitense di base a Berlino, tra hip hop, jazz ed elettronica — c’era da scendere e salire una scalinata lunghissima, una piccola impresa viste oltretutto le temperature tropicali, e sono arrivata a vederla in chiusura, affacciata da un terrazzamento, coi Dioscuri alle spalle. Una cartolina più che un concerto.

Alla Cava di Tufo, invece, è un altro mondo. Il luogo ospita il giardino botanico e il Teatro dell’Efebo e non è, di nuovo, un palco qualsiasi: è un catino di roccia scavato che fa da fondale naturale, avvolto da un’aura quasi sacrale. Qui gli antichi abitanti della città greca di Akragas estraevano i blocchi che avrebbero usato per alzare i Templi. Una base che l’organizzazione sceglie di sfruttare in maniera maestosa e colossale. Davanti a questa pietra la serata trova i suoi due cuori, e due modi opposti di abitare la stessa parete.


Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp: abitare di colore la pietra
Il primo lo mettono gli Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp. Definirli è difficile, nell’accezione buona del termine: basso, batteria, chitarra, fiati, archi, e due vibrafoni, con quasi tutti sul palco a cantare. Sono psichedelici, ma non nel senso strettamente musicale del termine — ipnotici, costruiti su canti ritmici che si incastrano, e insieme pieni di trovate armoniche tra strumenti e voci. C’è del jazz, ma come forma mentis più che come genere: nessuno “fa jazz”, eppure quella libertà è ovunque. Sulla parete di tufo scorrevano visual colorati — grafica psichedelica mescolata alle riprese live — e l’incastro era perfetto: immagine e suono a fare la stessa cosa, riempire lo spazio.


Apparat: la musica si fa habitat
Il secondo modo lo porta Apparat, ed è l’esatto rovescio. Il suo nome è spesso associato a un’idea di elettronica ballabile e da club. Quella che sale sulla Cava è una band al completo: lui alla chitarra tra effetti, synth e voce, e un suono tra ambient e post-rock intenso e intimista, dai toni bassi ma mai chiuso. L’associazione che mi è venuta a caldo è con i Radiohead: quel continuum tracciato tra Kid A e Amnesiac, di cui Apparat sembra proporre dal vivo quasi un terzo volume, senza manierismo.

E qui il paradosso che rende il set memorabile: il mood malinconico e i ritmi dilatati avrebbero potuto produrre un effetto più statico sulla carta, invece tutto il set è rimasto potente e coeso. La musica ti fascia pur rimanendo in movimento, senza mai un tappeto atmosferico piatto, ma sempre con una trovata sotto la superficie. La sua è una malinconia tenuta sulla soglia: c’è, ti avvolge, ma non sfocia mai nel triste o nel pesante, resta sempre un respiro.
A dispetto dell’attesa per il nuovo A Hum of Maybe, il set attraversava tutta la carriera e pescava solo di rado dal disco fresco di stampa: attorno a me più di qualcuno si lamentava di non riconoscere i brani. Ma quel non-riconoscere era la notizia più bella — vent’anni di un solista che i più conoscevano solo di nome, srotolati per la prima volta con una band intera.

La cosa che più mi ha colpito, però, è la scelta visiva, opposta e speculare agli Orchestre. Dove loro avevano riempito la parete di immagini e colore, Apparat l’ha spenta: niente video-mapping o quasi, tutto giocato sulle luci, azzurrino e viola, fasci in controluce da dietro che lasciavano nell’ombra i musicisti. Non un’assenza, ma una rinuncia deliberata, uno spettacolo per un’atmosfera sobria e fredda, tagliata su misura per quella musica. Ecco l’asse della serata: stessa Cava, stessa roccia, due poetiche opposte dell’abitare un palco scavato nella pietra. Gli Orchestre che la accendono, Apparat che la raffredda.


Il decennale si è chiuso riportando i corpi in pista, con Raffaele Costantino a salutare alla consolle l’anniversario fino a notte fonda. Io però sono rimasta alla penombra di Apparat, e ho salutato lì la Cava, prima che FestiValle diventasse discoteca. Restano, di questa ultima giornata, la roccia e i due modi di illuminarla. E la sensazione che FestiValle, dieci anni dopo, la sua scommessa più grande — mettere la musica dentro il paesaggio, invece che su un palco qualsiasi — l’abbia vinta di nuovo. Gambe permettendo.

(Eulalia Cambria)
