LCD SOUNDSYSTEM, Sound Of Silver (DFA / EMI, 2007)

Nell’ inizio millennio tutto punk-funk-revival la sua Death from Above è in pista di lancio coi motori incandescenti, remix e compilation in fiamme. Ma è deflagrazione roboante quando improvvisamente lui spara in orbita una sublime manciata di singoli-assassini che ne fanno – così ci dicono – uno dei personaggi più cool del pianeta. Tutti lo cercano e tutti lo vogliono, è qualcosa che diventa una sorta di Dio in Terra, un Re Mida nella peggiore delle ipotesi, un progetto solista a nome Lcd Soundsystem che è un capolavoro che luccica perché è oro. Luccica perché è ora.

Sia detto subito: James Murphy era atteso al varco. Da una parte gli uomini di poca fede pronti a smascherare il furbetto, a scoprire il trucco, l’inganno. Dall’altra la schiera di fedeli e devoti in attesa del ritorno del messia. In mezzo lui, due anni esatti dopo l’omonimo debutto, a fare stretching prima di una corsetta di tre quarti d’ora o poco più. 45:33, per l’esattezza, titolo e durata esatti del lungo brano – disponibile solo su iTunes – commissionatogli nientemeno che dalla Nike e che intende costituire la colonna sonora ideale del runner, secondo uno sviluppo in cinque movimenti che ricalchi le diverse fasi di un allenamento podistico, fornendo allo stesso tempo un singolare compendio evolutivo della musica elettronica nel suo cammino di vita. Ancora un po’ troppo rotondetto – in verità – il nostro uomo è comunque al via, pronto per la gara vera e propria. Il difficile secondo start, dopo una partenza a cannone, arriva con “Sound of Silver” e state certi che farà nuovamente discutere. “Get Innocuous” farà storcere il naso a quelli che vedono barcollare fra le ombre un enorme zombie-EnoBowie, sbattuto qua e là dentro un’oscura ossessione postmodern/postmortem.

Sarà un ghigno stridulo e beato per tutti quelli che ritrovano un James Murphy già in pieno gioco citazionistico, a scoprire subito le carte, a scherzare da par suo con un passato che a volte ritorna, e che a volte è schernito simpaticamente con un paio di pallottole d’argento piazzate proprio sulle chiappe. Falsetti, melliflui coretti, “I don’t know where to begin”, sentiamo balbettare a un certo punto. Ma “North American Scum” (è il primo singolo) inizia piacevolmente da dove già sappiamo, da dove eravamo rimasti: alterazioni electro-punk, cantato invasato in zona post-byrne, dance e rock a spintoni, il tutto ad assecondare un incedere vagamente motorizzato. Cominciamo a divertirci ma ne siamo quasi certi: anche se le pulsazioni e i bleeps acidognoli in cascata di “Someone Great” ci regalano uno scampanellante quadretto pop tutto in punta di xilofono e leggerezza Hot Chip, c’è già qualcuno con la faccia gommosa di chi sta scartando il pacco-regalo sapendo da tempo cosa ci sta dentro. Al numero cinque, il disco decide di liberare i cavalli motore per qualche minuto, alzando finalmente un po’ di polverone: “All My Friends” è piano-loop in progressione, disco-drums e sentori New Order, suggestioni del Bowie eroico a sfociare in un crescendo emozionale quasi morriseiano. E poco importa se subito dopo è già scontro in carambola con due esercizi di più scontata estrazione punk-funk quali “US V Them” e “Watch the Tapes”, di cui ci limitiamo a salvare i giochi percussivi della prima (una “Yeah” sotto radice) e i divertiti cori della seconda (una “Give It Up” sotto tono).

Il trucco c’è, signori, e si vede benissimo. Ma sono spalancate le porte, ogni ingranaggio del sistema Lcd è ben in vista, il ditone di mr. Murphy ad indicarne il funzionamento. Il “dark side of the cool” lo troviamo nel brano che dà il nome al disco, il quale grazie ad esso riprende quota per poi trovare remoti e melmosi fondali deep, dove le rapide house-immersioni hanno la voce di un Green Velvet in assetto variabile. Insieme alla stropicciata ballata finale, ironica e tormentata serenata con dedica a New York, si chiude dignitosamente il difficile album del “ritorno”, giocato ancora una volta sul filo del pastiche sonoro, della ripresa ironica, della lucida/ludica auto-referenzialità e proprio per questo non facile da mantenere in stabile equilibrio. Tuttavia, senza il pirotecnico e decisivo traino dei vecchi singoli spaccatutto (e sotto la minaccia di un ingombrante ma inevitabile raffronto con l’illustre predecessore), SOS – lungi dall’essere un grido d’allarme – è un lavoro che quantomeno finisce per risultare eccessivamente piatto e monocorde, a tratti pavido, troppo spesso mancante di quella fantasia ed imprevedibilità che un po’ ci aspettavamo, specie dopo la ben più eccitante prova offerta con la jam-45:33.

Sound of Silver: quando Re Mida trasforma in argento. Noi, per stavolta, ci accontentiamo (?)

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *