Dato che Nick Cave ha smesso di essere oggettivamente interessante quando ha smesso di drogarsi (e non parliamo dei fan terminali, ovviamente), cerchiamo soddisfazione altrove, in lidi inesplorati che possano catturare l’essenza cruda delle canzoni paludose e funeree, di quel folk da patto col diavolo che, seppur modificato attraverso la decadenza post-punk dei Bad Seeds, era diventato cavallo di battaglia dell’australiano. Devastations, quindi. Nomen omen. Disco faticoso e tetro, quasi arrogante nel presentarti la sua miscela maledetta che oltre a Nick Cave si estende al dark side di Johnny Cash, alle cupezze di un Leonard Cohen sotto anti-depressivi, a dei Willard Grant Conspiracy dimentichi del barlume della speranza e di un Mark Lanegan al massimo della sua licantropia. Un’esperienza estenuante ma capace di dare soddisfazioni. “Coal” è uno di quei dischi che una volta entrati sotto pelle, quando si è in determinati mood, possono lasciarti di merda per la sopresa. Come se si scoprisse qualcosa di nuovo ogni volta. E pensare che, superficialmente, si tratta di semplici ballate. Il fascino oscuro conferma ancora una volta la sua efficacia.
Se potessi ripercorrere in un attimo, nuotando controcorrente, le rapide di questo fiume oramai giunto al suo estuario, nella estrema fissità di questo mio prossimo viaggio nella noia orizzontale, sceglierei gli anni in cui la volta celeste non era altro che un enorme lenzuolo fatto a cielo e la luna una palla polverosa gettata nel vuoto e catturata con le unghie dall’egoismo del pianeta Terra. E noi, bimbi, cadevamo con essa per sempre, aggrappati in un infinto sprofondo gli uni agli altri, grazie a un gomitolo di lana nera. I grandi dimenticarono in fretta di avere un mondo con certe stelle enormi, sopra il capo, da osservare, mentre noi sacrificavamo la nostra noia migliore per costruire ponti sospesi nello spazio che ci allacciassero a un’agognata luna. La dipingemmo butterata e funesta, con maremoti sulla superficie di un ponto che non era mai tranquillo, ma tutta una schiuma fremente di gorghi e mostri marini. Nuovi esseri di ordinaria malinconia calpestavano un tappeto soffice come zucchero filato sparso su una teglia, in cui si radicavano piante cresciute dolci come torroni. Altre volte immaginammo un balzo da gigante come in mongolfiera, le tante mongolfiere tipiche di una domenica d’estate, un balzo che ci consentisse di fuggire all’avarizia terrestre e alle sue costrizioni. In anni in cui razzi enormi arrugginivano in volo, pensammo a uno sgangherato proiettile cavo sparato negli occhi della luna come nei film dei Meliès, in cui potessimo accovacciarci per il viaggio, assieme ai nostri migliori amici. Ma poi venne il tempo di un leggero disincanto, e, anche sognando a occhi aperti, non potevamo far altro che immaginarci tute e scafandri e missili scagliati a violentare qualche nuovo cielo. E poi, al ritorno, schivare incredibili uragani e tempeste, per posarci placidamente in un mare che ci accogliesse come un telo.
Eravamo certo molto giovani e molto felici e pensavamo, con rabbia, di non dover invecchiare mai.
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14 settembre 2010
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